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Il discorso del re

16/02/2011 11:00

Valerio Ferri

Recensione Film,

Il discorso del re

Chi ha buona familiarità con la storiografia dovrebbe ricordare agevolmente la figura di Re Giorgio VI, in qualità di sovrano che ha guidato l’Inghilterra duran

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Chi ha buona familiarità con la storiografia dovrebbe ricordare agevolmente la figura di Re Giorgio VI, in qualità di sovrano che ha guidato l’Inghilterra durante il Secondo Conflitto Mondiale e magari anche in relazione alle delicate vicende politiche che scossero il Regno negli anni appena antecedenti. Gli opachi e travagliati anni '30 della monarchia d’oltremanica riemergono nella pellicola del precoce regista Tom Hooper (terzo lungometraggio e carriera decennale per la tv), ma rivivono in modo emblematico nelle ben meno note balbuzie del proprio re e nella sua tormentata ascesa al trono. Le difficoltà oratorie del sovrano sono prima state stimolo d’approfondimento e poi spunto narrativo per lo scrittore David Seidler, colto dalla stessa sindrome in età giovanile. Notevolmente tortuoso è stato anche l’iter dello script originale verso la produzione; così come la precedente e laboriosa ricerca di materiale autentico sulle vicissitudini del Re, capaci di mettere in grave imbarazzo la Corte Reale al punto da far trapelare poco e niente sulla vicenda, in un’epoca di profondi cambiamenti nella quale, per giunta, le responsabilità di un monarca iniziavano a travalicare le mere funzioni di governo e i tradizionali canali comunicativi.


Re Giorgio V è ormai prossimo a lasciare la guida di un Impero che agli albori degli anni ’30 contava tra i propri sudditi all’incirca un quarto dell’intera popolazione mondiale. Il primogenito Edoardo dovrebbe succedergli legittimamente al trono, ma gli atteggiamenti sregolati e la ferma intenzione di sposare una donna pluridivorziata non vengono visti di buon occhio né dalle istituzioni politico-ecclesiastiche né dal padre. Il Principe Alberto (Colin Firth) – secondogenito del Re – vede profilarsi lentamente l’ineluttabile destino della Corona; tramutatasi da supremo privilegio a spada di Damocle, non solo in grado di far emergere tutte le debolezze da sempre latenti e costantemente represse, sintetizzate nelle sue balbuzie, ma soprattutto capaci di mettere a dura prova l’esistenza stessa del re uomo, per la propria costante sensazione di inadeguatezza di fronte ai suoi illustri antenati. Solo un logopedista poco referenziato e dai metodi non certo ortodossi (Geoffrey Rush) sembra rappresentare l’ultima speranza di salvezza per le sorti del sovrano e del suo regno.


La presenza di scenografie e costumi particolarmente fedeli, coadiuvata dalla presenza di figure illustri come Elisabetta II e Winston Churchill, impreziosiscono sicuramente la caratura storica della pellicola. Tuttavia sarebbe oltremodo fuorviante appiccicarle con avventatezza l’etichetta di classico dramma storico moderno. Sono lontane sia le maestose e gonfiate atmosfere elisabettiane che le sfarzose corti prerivoluzionarie, ma le distanze vanno ben oltre questioni puramente cronologiche. La macchina da presa stavolta non si limita al ruolo di semplice filtro passivo tra lo spettatore e un’altra epoca, pur fornendone con stupefacente minuziosità una percezione coinvolgente e di estrema autenticità. Essa diventa piuttosto strumento di proiezione delle sofferenze di un re, su un piano visivo che offre spaccati adesso sfocati di una Londra grigia, timorosa e a tratti claustrofobica. L’atipicità del film si riversa dunque sul livello narrativo, che lascia spazi inconsueti all’intimità dei due protagonisti, senza enfatizzarne i caratteri con volgari stereopatizzazioni, né tantomeno fomentando il pubblico attraverso i canonici toni amplificatori hollywoodiani. Come già suggerito, sia le tecniche di ripresa che l’equilibrio imposto ad interpreti e vicende fanno de Il discorso del re un lungometraggio a basso voltaggio, che non ha certo il compito di trascinare l’animo del pubblico, ma piuttosto accompagnarlo nell’ammirazione di un’opera che nasconde tra le pieghe meno visibili delle sue trame tutta la sua purezza e un’integrità indiscussa, intaccate forse unicamente da un'eccessiva freddezza fisiologica.



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