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L'albero della vita

21/02/2011 12:00

Antonella Sugameli

Recensione Film, Festival, Festival di Venezia,

L'albero della vita

La nostra anima è prigioniera all’interno di un corpo, fatto non solo di materia...

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La nostra anima è prigioniera all’interno di un corpo, fatto non solo di materia. Tomas (Hugh Jackman) è il ricercatore di una clinica. Da quando ha scoperto il cancro al cervello che affligge la moglie, studia senza tregua una cura, per poterla salvare. Perché “se la morte è una malattia, anche a quella deve esserci un rimedio”. Ossessionato dalle sue paure, finisce per allontanarsi da lei e dalla sofferenza che giorno dopo giorno apre nuovi varchi nel suo corpo e nella sua anima. Secondo Isabel (Rachel Weisz) non c’è salvezza. Nell’accettazione della morte, ormai imminente, risiede la sua consapevolezza. La più grande paura: immaginare un’eternità senza Tomas. Così Isabel esorta Tom, regalandogli inchiostro e penna, a ultimare il romanzo da lei cominciato. Il libro rappresenta un legame d’amore indissolubile, un ponte temporale tra la vita di Tom e la morte di Isy.


La vicenda raccontata da Isabel nel romanzo è dislocata in Spagna nel 1500 circa. In un paese vessato e tediato dalle ingiustizie perpetrate dalla Santa Inquisizione, regna una principessa tanto bella quanto saggia, disposta a tutto pur di salvare il suo popolo. Un cavaliere coraggioso, avrà il compito di addentrarsi in luoghi misteriosi e oscuri per trovare l’albero della vita, unica salvezza per il paese e per i due innamorati. Nel presente i due innamorati si raccontano la morte, pur essendo ancora in vita; nel passato raccontano la vita minacciata dalla morte; nel futuro la morte è trasfigurata nell’eternità senza tempo di un luogo in cui si attende la vita. L’albero della vita è nel presente una radice botanica che rallenta l’avanzare del cancro, sulla base di esperimenti effettuati da Tom sulle scimmie. Nel passato è la pianta, al cui interno è contenuto il segreto dell’immortalità. Nel futuro è il corpo nuovo in cui risiede l’anima di Isy prima della trasformazione in altro da sé, secondo quanto ella stessa aveva raccontato a Tom prima della dipartita finale.


“Moses Morales disse che se avessero cercato il corpo di suo padre morto, non lo avrebbero trovato. Allora piantarono un seme nella sua tomba e il seme diventò albero. Moses disse che suo padre divenne parte di quell’albero e crebbe nel tronco, nei rami e nei germogli. E quando un passero mangiò i suoi frutti, suo padre volò via insieme agli uccelli. Disse anche che per suo padre, la morte era la strada per l’Assoluto”. Se c’è un argomento caro al cinema è l’amore. La versatilità del tema è proporzionale, però, alla sua difficoltà di trasposizione. Il regista tenta collegamenti temporali, puntando su effetti dal notevole impatto estetico, ma dalla scarsa struttura semantica. Lo spettatore, segue con difficoltà lo sviluppo della trama, tanto ingarbugliata quanto farraginosa, perdendosi in più significati, senza trovarne il principale. Sarà l’ineffabilità dell’argomento la metafora stessa dell’amore, che ha in sé la sua essenza ed il suo senso: spiegare l’amore sarebbe come ucciderlo. Lo si può solo raccontare, da qui l’esortazione di Isy a scrivere: l’unico modo per trattenere un’emozione, trasformandola in materia.


Quando non hai più nulla da perdere, sei disposto a tutto. Darren Aronofsky, cineasta tra i più originali del nostro secolo, ha compiuto un “viaggio” interiore di sei anni, prima di ultimare The Fountain, presentato nel 2006 alle 63° Mostra Internazionale del Cinema di Venezia. Il film è stato vittima di un understatment generale, seppur, abbondino nella pellicola scelte stilistiche di dubbio gusto e un’estetica dell’immagine che si scontra con canoni che trovano il suo equilibrio più nella semplicità che in iperboliche visioni da movie fantasy. Le sequenze filmiche si alternano tra passato, presente e futuro, mescolano stile fantasy con elementi religiosi tra i più variegati, risultando spesso fuori luogo. Un’idea potenzialmente originale, di fatto non sviluppata adeguatamente.



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