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Gangor

01/03/2011 12:00

Erika Di Giulio

Recensione Film,

Gangor

Un’immagine può salvare o spedire all’inferno...

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Un’immagine può salvare o spedire all’inferno. La fotografia può denunciare, glorificare e rendere immortale, ma può anche condannare allo sfruttamento e all’emarginazione. Un’immagine può perseguitare, essere pericolosa e violentemente celebrativa al tempo stesso. Gangor è la storia di quell’immagine.


Upin (Adil Hussain) affermato fotoreporter indiano e Ujan (Samrat Chakrabarti), suo assistente, si recano a Purulia, nel Bengala occidentale, per un reportage sulle condizioni di vita dei gruppi tribali. Sono soprattutto le donne in questa zona a subire abusi e violenze secolari. Nel corso di una missione, mentre fotografa un gruppo di indigene intente a lavorare, Upin resta incantato dalla bellezza del seno di Gangor (Priyanka Bose) che sta allattando il suo bambino all’aperto e fissa quel nudo in uno scatto pubblicato poi in un articolo di denuncia sulle ingiustizie sociali della regione e che finisce sulle prime pagine dei giornali, scatenando la violenta ritorsione delle autorità di polizia locale. La fama di Upin è compromessa per sempre. Lo scandalo corre veloce e la vita di Gangor muta drammaticamente, provocandole gravi problemi all’interno della comunità. Gangor infatti resta sola tra mille ostilità. Indifesa contro le violenze perpetrate dagli uomini del villaggio, finisce suo malgrado per divenire prostituta, dopo essere stata stuprata e picchiata selvaggiamente. Upin ignaro di tutto, dopo essere tornato a Calcutta da sua moglie, sempre più ossessionato e turbato dall’immagine e dal pensiero di Gangor, decide di tornare a Purulia per ritrovarla. È trafitto dai sensi di colpa e sacrifica tutto per aiutarla, ma alla fine sarà lei a portare avanti con coraggio ed onore la denuncia contro gli stupratori. Al processo, un plotone variopinto di neofemministe tribali accorrerà a supportare fortemente la sua causa.


L’antica sapienza contadina e il tessuto ancestrale delle bidonville del West Bengala si scontrano con le atmosfere della vita agiata indiana. La relazione tra l’artista intellettuale di classe media urbana e la povertà del mondo rurale è sottoposta a dura critica. Un accenno alle magagne politiche a far da collante (la forte presenza dei naxaliti, ossia i maoisti indiani, violentemente osteggiati da una polizia dedita all'abuso di potere), e Italo Spinelli incastra pubblico e privato dominando gli scambi con fluidità. L’anima del documentarista riemerge alle prese col dato reale, sui primi piani che incidono la pelle, sulle istantanee in bianco e nero e sulle parole incerte delle donne che scelgono di raccontarsi. Spinelli preferisce svelare l’umanità nascosta delle tribù rurali insieme al fascino carnale del corpo femminile sempre da scoprire e ricoprire. Un film e un documentario nascono geneticamente diversi e Gangor, rivisitato e corretto, sarebbe stato un buon documentario. Il regista consegna anzitutto una riflessione sul mezzo prima ancora che l’analisi di una condizione. La stampa combina guai e gli obiettivi (stra)vedono mentre fotografano la realtà. Media senza scrupoli cannibalizzano le immagini, ingurgitando istantanee al’insegna di un voyeurismo senza freni. Smaniosi di cattura condannano irreparabilmente ciò che invece dovrebbero difendere come garanti dei diritti fondamentali dell’uomo (nel caso specifico l’intenzione di simbolizzare nel seno florido di Gangor l’icona fertile di una femminilità da proteggere e salvare). Nell’India sacra dei clacson e delle vacche, Upin si rende inconsapevolmente strumento di quella stessa violenta strumentalizzazione che avrebbe voluto fermare. Le immagini lo hanno sedotto e abbandonato. Gangor è brutalizzata. È un seno deturpato. Violato per sempre dallo stupro e dall’obiettivo fotografico. Aggredire quel seno equivale ad intaccare nel profondo l’essenza della donna. La donna-madonna che allatta suo figlio.


Interessante per linee produttive (una coproduzione italo indiana con cast artistico reclutato interamente sul luogo), Gangor è liberamente tratto dal racconto breve Choli Ke Pichhe - Dietro il corsetto, contenuto nella Trilogia del seno firmata dalla scrittrice, oggi 86enne, Mahasweta Devi, da sempre in prima linea nelle cause sociali e femminili e che ha anche curato la sceneggiatura. Spinelli governa il fiume in piena delle visioni ma ne resta impigliato. Alla innegabile suggestione costruttiva delle immagini e alla realistica plasticità dei corpi, non corrisponde altrettanta abilità nel delineare le motivazioni e le psicologie dei personaggi. Ed è per questo che Gangor, seppur nell’estrema nobiltà delle intenzioni e nell’asciuttezza stilistica, non può essere pienamente un film di denuncia; è per questo che non basta l’engagement (il problema della condizione femminile nell’India più povera e rurale) perché la pellicola possa essere profondamente iscritta nel filone socio-politico e umano. La tensione che i fatti imporrebbero si perde tutta nel delirio di espiazione di Upin. Spinelli, nel suo passaggio in India vagamente Rosselliniano, compone un buon lavoro di fotografia, tuttavia debole di plot e di scrittura, stagnante nella narrazione e macchiato da uno schematismo che appiattisce i personaggi già compromessi da mediocri interpretazioni (Upin appare per tutto il tempo imbarazzato e inadeguto, Ujan è completamente inutile). La regia evita di autocompiacersi, cede spesso al didascalismo, dribblando sulla dissertazione etnografica più spinta e mostrando l’India invisibile e meno citata. Pochi clichés, nessun balletto. Sacralità e piccoli esotismi. Bollywood è lontana e questa volta ne siamo grati. Gangor è occhi, pelle d’ebano e urla disperate. È la parola di una prostituta contro quella di un poliziotto, ma anche un’ultima intensa occhiata piena di fiducia prima dei titoli di coda.



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