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Il fantasma dell'opera

15/03/2011 12:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Il fantasma dell'opera

Era il 1910 quando Gaston Leroux decise di regalare all'immaginario collettivo la luciferina immagine di un uomo dal volto deforme e dall'anima altrettanto dist

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Era il 1910 quando Gaston Leroux decise di regalare all'immaginario collettivo la luciferina immagine di un uomo dal volto deforme e dall'anima altrettanto distorta. Da allora, il personaggio di Erik – terrificante quanto magnetico abitante dei sotterranei dell'Opera Garnier di Parigi – ha continuato ad irretire milioni di lettori e spettatori, spingendo molti artisti a cimentarsi con questo racconto lugubre e disperato. Nel 1986 il geniale compositore Andrew Lloyd Webber presentò a Londra The Phantom of the Opera, diventato – nel giro di pochi anni – uno degli spettacoli più visti al mondo. Il punto di unione di questi due momenti cruciali della vita artistica di Erik è rappresentato dall'incontro con Joel Schumacher, scelto dallo stesso compositore per trasferire le vicende del fantasma dalla ribalta del palcoscenico alle luci del grande schermo.


Christine Daaé (Emmy Rossum) è una giovane ballerina dell'Opera con un grande talento per la lirica, messo in ombra dai capricci della diva Carlotta Giudicelli (Minnie Driver). Tuttavia, dietro le pesanti quinte del teatro, si aggira un'ombra inquietante, che sembra spiare tutti dall'alto. È il fantasma dell'Opera (Gerard Butler), genio della musica, innamorato della bella Christine. È lui che insegna alla ragazza a cantare ed è lui che sancisce il suo debutto. Le cose si complicano quando a Parigi arriva Raoul (Patrick Wilson) amico d'infanzia di cui Christine è da sempre innamorata. La gelosia del fantasma darà il via ad un vortice di morte e distruzione, finché Christine non si vedrà costretta a scegliere tra il suo amore per Raoul e l'attrazione che prova per colui che le ha fatto il dono del canto.


La critica che più spesso viene mossa ai coraggiosi che tentano di portare al cinema capolavori teatrali è quella di non riuscire mai a distaccarsi dalla staticità del palco. Joel Schumacher, al contrario, guida la sua macchina da presa quasi fosse una protesi del fantasma e come esso, altrettanto capace di spiare da ogni punto del teatro. La regia sembra muoversi sulle note di quelle arie che hanno reso indimenticabile l'opera di Webber. La musica ha il ruolo principe di veicolare sensazioni ed emozioni, a discapito di un dialogo che si riduce a pochissimi scambi di battute. Ma non può essere altrimenti: Erik è “l'angelo della musica” e solo attraverso essa può esprimere il vuoto che ha dentro, facendosi capire da coloro che – come Christine – si esprimono nel suo stesso idioma.


Il ritmo frenetico e lo stile patinato da videoclip, tuttavia, tengono viva l'attenzione dello spettatore, che segue i protagonisti lungo tunnel oscuri e terrazze abbracciate dalle stelle. Ma il vero punto di forza della pellicola è la scenografia dello splendido Teatro Garnier. I colori sono sempre accesi, quasi sopra le righe, in netto contrasto con le sequenze in bianco e nero del presente, che sembrano ancora più grigie e tetre, lontane dai fasti e dallo splendore del passato. Sono proprio queste sequenze di transito i momenti più deboli del film, rallentando l'evolversi della vicenda senza portare nulla di funzionale alla trama; eccezion fatta per la scena che apre il film, in cui il bianco e nero serve piuttosto come sipario all'incredibile racconto in procinto di cominciare. La storia di un uomo la cui deformità gli ha impedito di conoscere l'amore e che lo ha relegato negli angoli bui del mondo. Erik è essenzialmente questo: un uomo che anela il tocco di un'amante, il lento sfiorarsi delle mani. Schumacher e Webber scelgono di togliere al fantasma alcune delle caratteristiche più terrificanti, per portare in primo piano la sua sensibilità ferita e il suo bisogno di affetto. In questo Il fantasma dell'opera sembra riprendere la fiaba de La bella e la bestia in cui la piccola Belle riusciva a scalfire lo strato di zolfo che ricopriva il cuore dell'essere mostruoso. Consigliata la visione in lingua originale: non solo per apprezzare le doti canore del cast, ma soprattutto per godere del film senza essere distratti dal mancato sincronismo tra labbra e musica nella versione doppiata.



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