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Frozen

15/03/2011 12:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Frozen

Bel colpo, Adam Green! Il regista di Hatchet dirige un thriller/horror con i fiocchi, dimostrando una volta di più che, soprattutto nel cinema di genere, una va

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Bel colpo, Adam Green! Il regista di Hatchet dirige un thriller/horror con i fiocchi, dimostrando una volta di più che, soprattutto nel cinema di genere, una valida idea di base vale mille volte di più di un giocattolone strabordante di effetti speciali. Green per creare tensione si affida semplicemente alla natura incontaminata, o meglio, alla sua dimensione “selvaggia”: chi non vorrebbe trascorrere una giornata a sciare su una splendida montagna innevata? Ma non saremmo ugualmente contenti di dover passare nel medesimo posto una nottata all’addiaccio senza nessuna possibilità di fuga. Giustamente accostato a Open Water - proprio per questa sua tematica e per l’ambientazione ossessivamente fissa - Frozen proietta sullo schermo le scelte irrazionali dettate dal nostro istinto di sopravvivenza e le nostre paure, di morire e rimanere soli.


Joe (Shawn Ashmore) si concede una giornata di vacanza per andare a sciare assieme al suo migliore amico Dan (Kevin Zegers) che si porta dietro la fidanzata Parker (Emma Bell), sciatrice inesperta e alle prime armi. Prima della fine della giornata decidono di lanciarsi in un’ultima discesa ma per un disguido l’impianto viene chiuso mentre loro stanno risalendo la montagna sulla seggiovia. Al buio, senza telefonini e bloccati a parecchi metri da terra con una bufera in arrivo, con la consapevolezza che l’impianto avrebbe riaperto solo nel weekend successivo, davanti allo spettro di un’orrenda morte per fame o freddo, i tre saranno costretti a fare scelte radicali per cercare di sopravvivere, rendendosi conto molto presto di non essere soli sulla montagna. Green opta per una serie di piani medi e di primi piani sul terzetto di protagonisti, aumentando così l’effetto claustrofobico che stride con grande efficacia con l’ambientazione circostante tutt’altro che limitante, creata da uno sterminato paesaggio montuoso.


L’effetto-gabbia è creato principalmente dalla seggiovia, unico luogo sicuro per i tre ragazzi, ma allo stesso tempo cella dalla quale è impossibile fuggire e futura tomba se non si trovasse il modo di uscirne. Nonostante l’azione si svolga interamente su questa base instabile per tutta la durata del film (escluso il breve prologo), il ritmo rimane incalzante e vorticoso, e la tensione che attanaglia lo spettatore non lo molla fino alla fine. Green limita al massimo le scene gore bramate dai fan più accaniti (ma quelle poche sono decisamente efficaci e ben calibrate) e punta sulla forza della storia e sulle capacità degli attori di immedesimarsi nella situazione, agevolati dalle effettive difficoltà riscontrate nel girare determinate scene del film. Per fortuna la stagione delle settimane bianche è finita.



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