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C'è chi dice no

07/04/2011 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

C'è chi dice no

Quante volte vi è capitato di faticare notte e giorno per ottenere qualcosa e, alla fine, vedervelo soffiare sotto al naso? Tante, troppe...

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Quante volte vi è capitato di faticare notte e giorno per ottenere qualcosa e, alla fine, vedervelo soffiare sotto al naso? Tante, troppe. Se non a voi, ai vostri amici, ai vostri coetanei, agli italiani in generale. Eh si, perché l'Italia, lo sanno tutti, è il posto in cui i giovani hanno meno possibilità di fare carriera. Ce ne danno un esempio anche i tre protagonisti di C'è chi dice no, la nuova commedia di Giambattista Avellino che assolda Paola Cortellesi, Luca Argentero e Paolo Ruffini per ritrarre un comico (o pietoso?) spaccato della nostra nazione.


Max, Irma e Samuele sono tre amici, ex-compagni di liceo che, dopo anni di fatica e lavoro gratuito (o, come si chiama ora, "stage") sono stati sorpassati last minute dal raccomandato di turno. Delusi e amareggiati, decidono di fondare il partito dei "pirati del merito", dei sabotatori che, tra pedinamenti, scherzi telefonici e mascheramenti vari, cercano di riprendersi il posto che gli spetta (di diritto). Max desidera un contratto come giornalista, Irma vuole diventare medico per potersi costruire una famiglia e Samuele aspira a diventare docente dell'università. Tre carriere diverse, tre lavori fatti di sacrifici, tre futuri sospesi. Eppure l'ambiente italiano è impietoso e crudele: una webcam piazzata al posto giusto rivela anni e anni di corruzioni, raccomandazioni o "segnalazioni"; fare sesso con la figlia di papà raccomandata fa guadagnare un posto extra, e una telefonata mafiosa rivela alla sexy e ignara amante straniera il proprio status privilegiato.


Come Nessuno mi può giudicare e Tutta la vita davanti, anche il nuovo lavoro di Avellino mira a far aprire gli occhi ai giovani; a spronarli, a combattere e a lottare con le unghie e con i denti per quello in cui credono. Non solo: C'è chi dice no, grazie ad un rifinito tocco di satira e (auto) ironia, prova a parlare alle coscienze di quanti hanno preferito le segnalazioni al merito. E allora, se in Italia si riesce ancora a ridere per il destino comune, perché non vestirsi di nero e colpire il raccomandato di turno?



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