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Lo stravagante mondo di Greenberg

20/04/2011 11:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Lo stravagante mondo di Greenberg

Con un ritardo vergognoso rispetto alla presentazione alla 60° edizione del Festival di Berlino, sbarca finalmente in Italia Lo stravagante mondo di Greenberg,

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Con un ritardo vergognoso rispetto alla presentazione alla 60° edizione del Festival di Berlino, sbarca finalmente in Italia Lo stravagante mondo di Greenberg, ultima fatica di Noah Baumbach, regista di piccoli (e mal distribuiti) gioielli come Il calamaro e la balena e Il matrimonio di mia sorella. Abbandonata la tanto amata New York, il regista decide di trasferirsi a Los Angeles, terra di sogni infranti e ricordi brillanti, per raccontare le vicende di un uomo che deve imparare a convivere con se stesso.


A Los Angeles la famiglia Greenberg si prepara a partire per il Vietnam dove Phillip (Chris Messina) deve costruire un nuovo albergo. Nelle sei settimane di vacanza, la cura della villa e di Mahler, pastore tedesco amatissimo, viene lasciata alla giovane tata-tuttofare Florence (Greta Gerwig) e allo strano Roger (Ben Stiller), fratello di Phillip, da poco uscito da un centro psichiatrico. Ex musicista e ora falegname, Roger pare totalmente incapace di vivere nel presente. Il suo è un mondo privato, costruito per i suoi bisogni e per le sue capacità. Mentre cerca di ricostruire rapporti degni di questo nome con l'amico Ivan (Rhys Ifans) e l'ex fidanzata Beth (Jennifer Jason Leigh) Roger si troverà sempre più vicino a Florence fino a comprendere che vivendo nel passato non c'è nessuna possibilità di costruire un futuro.


A differenza dei suoi lavori precedenti, con Lo stravagante mondo di Greenberg Baumbach allontana la sua lente di ingrandimento dai rapporti familiari, decidendo di fare uno zoom delicato e gradevole sulle idiosincrasie di un uomo di quarant'anni che non è mai veramente cresciuto. Roger è, infatti, un uomo bloccato in una dimensione a-temporale, dove ha ancora diciotto anni. E questo suo modo di essere si rispecchia - in maniera nitida - nella sua totale incapacità di adattarsi al nuovo millennio. Non riesce ad appassionarsi ai film dei nuovi multiplex, indossa abiti fuori moda, ascolta musica che le nuove generazioni non conoscono. Si rinchiude spesso nelle sue convinzioni da misantropo, redigendo lettere di protesta contro chiunque: da starbucks, alle pagine gialle. Il suo è un odio contro quelle grandi e anonime istituzioni che hanno tradito la sua fiducia e i suoi sogni da ragazzo. Con i suoi problemi mentali accertati, Roger pare del tutto incapace di legare con chiunque: suo fratello non si fida di lui, i compagni del liceo lo odiano. Addirittura suda, frastornato, quando si tratta di parlare con qualcuno. Eppure tutti questi problemi sembrano affievolirsi quando nella sua vita entra la venticinquenne Florence, borderline almeno quanto lui, con corrispondenti convinzioni del tutto personali.


Pur riproponendo schemi fissi della cinematografia Indie americana, Lo stravagante mondo di Greenberg affascina per la grazia con cui è girato. La patina da film indipendente, presente in molte produzioni simili, qui è ai minimi storici, rendendo molto più godibile la fruizione. Una fotografia chiara e quasi asettica rende perfettamente lo stato di alienazione del protagonista rispetto alla realtà in cui si trova a vivere, come alcune deformazioni del volto di Roger; una su tutte, quella in cui il personaggio si guarda allo specchio, attraverso uno specchio più piccolo. Il suo volto appare distorto e asimmetrico, proprio come lo è la sua visione del presente. Ma la vera forza di questo film è senz'altro da ricercare nell'ottima prova istrionica del cast. Se Greta Gerwig è già un viso noto (e amato) della sottocultura del cinema indipendente a stelle e strisce, è Ben Stiller la vera sorpresa. Abituato ad indossare i panni comici e grotteschi di personaggi come Zoolander, Greg Fucker e lo sfortunato innamorato di Tutti pazzi per Mary, Stiller sorprende per la sua capacità di interpretare un personaggio così differente dai suoi standard, senza esagerare e senza scimmiottare se stesso, regalando al pubblico una delle sue interpretazioni più sentite e, di certo, più riuscite.



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