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Angèle e Tony

20/04/2011 11:00

Tania Marrazzo

Recensione Film,

Angèle e Tony

Angèle (Clotilde Hesme) è una ragazza allo sbando appena uscita di prigione perché ritenuta responsabile della morte del marito; suo figlio vive dai nonni e la

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Angèle (Clotilde Hesme) è una ragazza allo sbando appena uscita di prigione perché ritenuta responsabile della morte del marito; suo figlio vive dai nonni e la tratta con distacco. Tony (Grégory Gadebois) è un pescatore abituato al lavoro duro, abita con sua madre ed è in attesa che venga ritrovato il corpo del padre disperso in mare da sei mesi. I due si incontrano grazie ad un annuncio, si frequentano e instaurano un legame del tutto particolare.


«Ho voluto fare questo film con Hélen Cases (…) perché era il suo primo lungometraggio come produttrice indipendente. (…) Poi è stato anche il primo film di Louise Decelle come montatrice. Era la prima volta che Clotilde e Grégory si misuravano con una parte da protagonista. Mathieu Maestracci non aveva mai composto per il cinema (…). Ho avuto bisogno di quell’adrenalina, di quella sfida per ognuno, che potesse rispecchiare la necessità nella quale mi trovavo io.» Con soli due cortometraggi alle spalle Alix Delaporte, ex giornalista e reporter per Canal Plus, parla con passione del suo primo lungometraggio Angèle e Tony, presentato all’ultimo Festival del cinema di Venezia nel corso della Settimana della critica e già vincitore del Prix Michel d’Ornano come Miglior opera prima. Ambientato in Normandia, vicino a Port-en-Bessi, la pellicola trae ispirazione da dettagli autobiografici della stessa autrice «Mia madre e mia nonna sono nate in Normandia. (…) Ho trascorso lì tutte le mie vacanze. Ho sempre visto i pescatori come dei personaggi romantici. Gente che passa la maggior parte del proprio tempo in mare, isolata da una certa forma della realtà.»


La semplicità registica con la quale la Delaporte riprende i suoi attori è spiazzante, soprattutto dal momento in cui ad una tale essenzialità corrisponde una sensibilità trapelante ad ogni inquadratura - dovuta, chissà, ad un talento naturale o a fortuita ingenuità della tropue. La macchina da presa compie movimenti minimi: non cerca forzatamente la drammaticità, si limita a mostrare il tutto con occhio oggettivo. Lo strano rapporto amoroso fra Angéle e Tony riflette il tormento interiore di persone che combattono contro la solitudine, bisognose di qualcuno in cui rifugiarsi e che per questo sono pronte a darsi e a innamorarsi istantaneamente. Angèle corre sulla sua bicicletta, metafora di una fatica di vivere; Tony è in mare, su un altro pianeta che lo plasma conferendogli un profondità tale che lo porta a respingere le immediate provocazioni sessuali della donna: vorrà il suo corpo solo quando potrà avere anche la sua mente. Più che i dialoghi, le stasi, le movenze, la semplice presenza dei personaggi creano sentimentalmente la storia; le situazioni in cui si trova Angèle (la colazione, il lavoro con la madre di Tony o la corsa in moto con il fratello, gli incontri con il figlio) raccontano con una naturalezza estrema i tanti sottotesti non sempre esplicitamente dichiarati. Nel buio gradualmente illuminato dei due protagonisti, la comparsa di Anabel (Lola Dueñas, attrice feticcio di Pedro Almodóvar) è come un raggio di sole per la sua convenzionale normalità, una normalità a cui aspira anche la coppia. Delaporte debutta ammirevolmente dietro la macchina da presa, con un film piccolo e senza pretese ma che rivela una profondità e una sensibilità che presagiscono ottimi risvolti futuri.



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