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Mià e il Migù

16/05/2011 11:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

Mià e il Migù

Da quando Miyazaki ha fatto il suo ingresso nel cinema, il mondo dell'animazione non è più stato lo stesso...

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Da quando Miyazaki ha fatto il suo ingresso nel cinema, il mondo dell'animazione non è più stato lo stesso. La cultura giapponese piena di colori sgargianti e forme fantasiose, ha sempre affascinato gli occidentali, troppo presi a rincorrere gli effetti speciali e la tridimensionalità esasperata. Non sono rari, infatti, i casi di registi d'oltreoceano che si sono avvicinati alla cultura orientale cercando di farla propria. Dopo il successo de L'illusionista di Sylvain Chomet, anche Jacques–Remy Girerd ha realizzato una pellicola d'animazione bidimensionale che porta alla mente il fantastico mondo colorato dei manga.


Mià e il Migù racconta la storia di una bambina che, con gli occhioni da cerbiatta e il volto incorniciato da una fitta chioma di ricci color castagna, è costretta a rinunciare all'affetto del padre, lontano per lavoro. Dopo averlo sognato in una situazione di difficoltà, Mià decide di mettersi in viaggio per raggiungerlo fino all'altro capo del mondo, disposta ad affrontare qualsiasi pericolo pur di riabbracciare suo padre. Nonostante la tenera età, la ragazzina non si fa spaventare dal freddo né dai feroci animali della foresta, ricorrendo al ricordo della voce materna per recuperare tutte le forze di cui ha bisogno. E mentre Mià usa i suoi piccoli piedini per raggiungere la meta, l'intrepido imprenditore Jackhide decide di costruire un lussuoso complesso alberghiero nel cuore della foresta, incurante della perdita di vite (umane, vegetali e animali). Arrabbiati per la stupidità dell'uomo, gli spiriti della foresta, i Migù, boicottano il cantiere di Jackhide, seppellendo vivo tra le macerie anche Pedro, il padre di Mià. La bambina, facendo appello ai sentimenti dell'industriale, dovrà trovare il modo per convincerlo a non abbattere l'albero sacro, mentre i Migù dovranno aiutarla a salvare suo padre.


Se le tematiche ambientaliste non possono far altro che ricordare il maestro nipponico, l'uso dei colori se ne discosta fortemente. Miyazaki predilige colori forti, contrastati, in cui i toni caldi vengono accostati a quelli freddi e cupi. Girerd, invece, sembra realizzare dei tableaux vivant di acquerelli con colori vivaci, sì, ma non “vivi”: (semplici) tavolozze dai contorni poco definiti, accostate una all'altra. Solo in un secondo momento, infatti, il regista sembra prendere confidenza con la storia e con i suoi personaggi, realizzando disegni con un tratto più scuro e marcato. Una musica dolce e delicata accompagna lo svolgimento della storia in tutti i suoi momenti di maggiore tensione, quasi a ricordare, perennemente, che la mamma di Mià veglia su di lei dall'alto. Un pensiero tenero e commovente che coccola lo spettatore, abbracciandolo, con la forza di una (vera) emozione. Sebbene i temi forti non siano molto approfonditi, la storia appassiona, c'è poco da fare. Girerd ha fatto, dunque, una scelta coraggiosa, avventurandosi nel (mai totalmente) desueto mondo bidimensionale. Coraggio che è valso, a Mia e il Migù, l'Oscar agli European Film Academy.



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