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Il ragazzo con la bicicletta

19/05/2011 10:00

Tania Marrazzo

Recensione Film,

Il ragazzo con la bicicletta

Il dodicenne Cyril (Thomas Doret) cerca in tutti i modi di ritrovare il padre che lo ha temporaneamente lasciato in un centro di accoglienza per l’infanzia...

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Il dodicenne Cyril (Thomas Doret) cerca in tutti i modi di ritrovare il padre che lo ha temporaneamente lasciato in un centro di accoglienza per l’infanzia. Mentre fugge per l’ennesima volta dai suoi tutori si imbatte in Samantha (Cécile de France), una parrucchiera che accetta di trascorrere i fine settimana con lui. Cyril però è testardo ed ha un carattere irascibile proprio a causa dell’abbandono subìto; la donna cerca di tenergli testa, di comprenderlo e di donargli quell’amore di cui ha tanto bisogno.


Si intitola Il ragazzo con la bicicletta il nuovo film di Jean-Pierre e Luc Dardenne in concorso al Festival di Cannes 2011, manifestazione che ha già premiato i registi francesi con la Palma d’oro come Miglior film per Rosetta (1999) e L’enfant (2005). Dopo due anni da Il matrimonio di Lorna i due cineasti tornano dietro la macchina da presa rimanendo fedeli alla loro tematica più cara, ovvero il rapporto fra genitori e figli, o meglio, l’assenza di tale rapporto che viene disperatamente agognato dal piccolo protagonista. Anche se siamo molto lontani dall’estremismo de Il figlio, le marche stilistiche dei Dardenne ci sono tutte, con qualche concessione ed eccezione. Il ragazzo con la bicicletta avrebbe anche potuto chiamarsi "come de notre temps" ("una favola dei nostri giorni") perché, per ammissione stessa dei loro autori, si tratta di una specie di fiaba «con dei cattivi che fanno perdere al bambino le sue illusioni e Samantha che appare un po’ come una fata».


Evitando qualsiasi tipo di sentimentalismo, compassione o psicologismo non viene mai spiegato allo spettatore il passato di Cyril; non si sa nulla della sua famiglia e dei motivi che hanno spinto il padre ad allontanarsi, né si capisce il perché Samantha accetti di prendere con sé il bambino, occuparsi di lui e combattere con il suo perenne stato di rabbia. I Dardenne si limitano esclusivamente a mostrare una serie di avvenimenti con distacco; utilizzano la musica - di solito totalmente assente nelle loro pellicole - solo in alcuni momenti e prevalentemente con la funzione di «carezza tranquillizzante» per Cyril, tesissimo fascio di nervi che corre, fugge con la sua bicicletta, fa a botte, inizia a frequentare cattive compagnie e finisce perfino alla polizia. Nemmeno quando cade fatalmente da un albero la macchina da presa cerca la drammaticità. Così la bravissima Cécile de France non appare mai come un surrogato materno, piuttosto una donna a cui il bambino si àncora inizialmente perché gli offre la possibilità di aiutarlo a ritrovare suo padre. Il rapporto di fiducia che si crea successivamente è solo una conseguenza dello stare insieme e dalla reciproca comprensione che nasce dalla condivisione di alcuni avvenimenti. Come in una fiaba, l’intreccio parte da una situazione di difficoltà che si amplifica fino a sembrare irrecuperabile. Poi accade qualcosa, un intervento quasi magico e infine ritorna la calma e la tranquillità.


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