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Corpo Celeste

23/05/2011 11:00

Tania Marrazzo

Recensione Film,

Corpo Celeste

Dopo dieci anni passati in Svizzera, la tredicenne Marta (Yile Vianello) ritorna a Reggio Calabria, la sua città natale, con la madre (Anita Caprioli) e la sore

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Dopo dieci anni passati in Svizzera, la tredicenne Marta (Yile Vianello) ritorna a Reggio Calabria, la sua città natale, con la madre (Anita Caprioli) e la sorella. Per farla socializzare viene subito iscritta al corso di cresima tenuto dalla catechista Santa (Pasqualina Scuncia), donna dalla fervente fede cattolica che cerca di avvicinare i bambini alla chiesa facendoli giocare a "Chi vuol essere cresimato" e improvvisando canzoni rap sul Signore. La chiesa è amministrata a mo’ di azienda da Don Mario (Salvatore Cantalupo), parroco di malavoglia della cittadina che aspira alla scalata al vescovato concedendo favori al politico di turno. Nel difficile periodo di passaggio dalla pubertà all’adolescenza la piccola e sensibile Marta si trova a vagare inquieta e inconsapevole attraverso luoghi in disordine, disarmonici, circondata da persone che proprio non riesce a capire.


Nato dall’incontro con il produttore Carlo Cresto-Dina Corpo Celeste è l’opera prima di Alice Rohrwacher, sorella minore dell’attrice Alba, ispirato al romanzo omonimo di Anna Maria Ortese e in concorso nella sezione Quinzaine des Réalisateurs alla 64esima edizione del Festival di Cannes, dove ha ricevuto un’ottima accoglienza. Più che essere uno spaccato di una realtà del sud Italia Corpo Celeste incarna quel senso di inadeguatezza e spaesamento provato da chi, tornato dopo tanti anni nel suo paese di provenienza, invece di ritrovare quel senso di accoglienza comunitario si sente paradossalmente estraneo. Impressione acuita anche dal fatto che Marta è in quella fase di crescita in cui non ha ancora maturato un’identità ben definita che è piuttosto in fieri, e per questo, ha bisogno di certezze e punti di riferimento che invece non trova.


«Ma qual era il mio posto? Ero dentro quel mondo o non lo sarei mai stata? Aveva senso fingere un’appartenenza oppure dovevo dichiarare il mio stupore, la mia estraneità?». La Rohrwacher traduce le sensazioni della protagonista, bambina quasi adolescente che per il solo fatto di porsi degli interrogativi a proposito della religione non solo viene guardata con disappunto, ma perfino ignorata. Nessuno ascolta la sua voce, nessuno le da importanza, solo la madre le riserva qualche gesto d’affetto sincero; per il resto la non conformità al contesto la esclude e la isola. Nella Reggio Calabria contemporanea la preparazione alla cresima, quasi una recita, è un evento necessario e non importa se nemmeno le catechiste conoscono il reale significato di ciò che insegnano meccanicamente. La tradizione, quella sacra in particolare, assume le valenze di porto sicuro in cui rifugiarsi ergendo muri al di fuori dei quali tenere una modernità ricercata solo a parole, perché alla fine perfino un crocifisso al neon fa spavento e urge la sostituzione con uno figurativo. Questo è Corpo Celeste: «il meraviglioso spaesamento dello scoprirsi abitanti di un corpo sospeso nello spazio, del tutto simile a quelle luci lontane che si vedono in cielo». Marta cammina su una terra che sente distante ma attraverso la quale deve trovare una via d’uscita. Al suo primo lungometraggio Alice Rohrwacher dimostra grande sensibilità e profondità d’animo facendo un uso realistico e sincero della macchina da presa, sporcando l’immagine e servendosi della sola luce naturale per riflettere sull’esistenza attraverso gli occhi di una bambina disadattata.



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