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Bakroman

24/05/2011 10:00

Valerio Ferri

Recensione Film,

Bakroman

I “ragazzi di strada”, come suggerisce il titolo in lingua more, sono i pieni protagonisti del documentario sociale girato dai fratelli De Serio ambientato in B

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I “ragazzi di strada”, come suggerisce il titolo in lingua more, sono i pieni protagonisti del documentario sociale girato dai fratelli De Serio ambientato in Burkina Faso; e più precisamente tra le strade della capitale Ouagadougou. Un’associazione locale riunitasi in un sindacato, composto da volontari autoctoni con un passato sulla strada, si occupa di fornire un po’ di assistenza materiale e morale ai ragazzi protagonisti, fungendo da unico tramite per gli incontri con gli autori. Come prevedibile, povertà, rassegnazione e impotenza fanno ovviamente da padrone indiscusse; ma a stupire sono soprattutto altri elementi insoliti e meno stereotipati, che forse solo grazie all’impostazione documentaristica hanno avuto modo di emergere, senza troppi filtri o ricostruzioni artificiose.


Premiato con importanti riconoscimenti all’ultimo Torino Film Festival, l’impostazione del canovaccio scelto dai due registi segue una struttura ben definita e alterna immagini di vita quotidiana a dei piccoli incontri coadiuvati dall’associazione Ajer, lasciando spazio in quest’ultimo caso alle parole e ai racconti. Meno pronunciati sono invece i contorni del formato, deliberatamente a metà tra un documentario e un film. Le intenzioni iniziali erano quelle di preferire il lungometraggio classico, ma i mezzi a disposizione davvero esigui e i fini prettamente sociali dell’opera si prestavano meglio a una struttura meno formale e costruita. A far pendere l’ago della bilancia è stata l’improvvisazione dei due fratelli, arrivati in Burkina privi di un progetto ben preciso e senza conoscere la realtà locale. Come già messo in preventivo, ne è scaturita però una pellicola lontana dalla sua forma canonica, muovendo una sottile critica alla ricerca velleitaria di spontaneità ad alta fedeltà sbandierata dal documentario più tradizionale. Sulla finzione e sul filtro ingombrante della cinepresa si è costruita piuttosto una variabile di successo, senza cercare di nasconderla allo spettatore, ma anzi esaltarla nel cercare di eliminare il paradosso di una recitazione ricercatamente realistica; dunque fittizia.


Di qui il maggior senso di umanità e coinvolgimento nonché il distacco dal solito allettante (e allarmante) pietismo, che ha sempre ritratto il popolo africano – più o meno nella sua totalità - come etnia più sfortunata e martoriata. L’occhio della videocamera funge invece stavolta da interfaccia privilegiata su una realtà molto diversa e curiosamente eterogenea nei suoi più piccoli dettagli, allontanando ogni termine di paragone col mondo occidentale. La completa mancanza di sogni e desideri accostabili a un universo più fiorente, tra i ragazzi della strada, ma anche la loro schiettezza nel godere della semplicità, sono il frutto di una tangibile inconsapevolezza che testimonia l’autenticità del loro profilo; tutt’altro che mascherata dall’immaginazione preconcetta di un autore distaccato e disinteressato. Raramente il messaggio che arriva può vantarsi di fermare l’egoistica sensazione di appagamento, commiserazione e compassione instillate in modo martellante nelle giovani generazioni di casa nostra.


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