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Scream Baby Scream, nella mente dello sceneggiatore (Kevin Williamson) che ha reinventato lo slasher

04/10/2016 11:50

Luca Lombardini

Approfondimento Film,

Quel brand che salvò l’horror anni ‘90

Cosa (non) è lo slasher? Bella domanda. Non lo sono, in parte, anche il primissimo Dario Argento, Vestito per uccidere di bBrian De Palma e, tanto per continuare a sciorinare qualche nome “sospetto”, I corpi presentano tracce di violenza carnale di Sergio Martino? Forse si, probabilmente no. Soprattutto se si tengono da conto topoi e coordinate d’ambientazione di un filone ben preciso, spesso e volentieri reiterate fino alla noia: a partire dal pioneristico esempio di body count riconducibile al Mario Bava di Reazione a catena, omaggiato fino alle soglie del plagio da Sean Cunningham, codificatore del sottogenere orrorifico in questione con Venerdì 13, a sua volta successivo ad altre due pietre miliari, così vicine così lontane: Black Christmas e Halloween.

 

Registi e pellicole imprescindibili per comprendere cosa sia stato e abbia rappresentato lo slasher, nomi tra i quali deve essere doverosamente collocato quello di bWes Craven/b, sperimentatore onirico e linguistico che, con Nightmare prima e Scream poi, si è conquistato la poltrona di alchimista segno-simbolico, parimenti a suo agio in realtà favolistiche (Nightmare) o revivalistico-grammaticali (Scream). È lecito non amarlo alla follia l’autore de L’ultima casa a sinistra e Le colline hanno gli occhi, e non è un caso che il sottoscritto reputi eccellente appena una sua creatura (Il serpente e l’arcobaleno), così come non è tacciabile di azzardo critico collocare il suo cognome in coda a George A. Romero e John Carpenter nella triangolare classifica dei maestri riconducibili al moderno horror americano; ma è altresì giusto riconoscergli l’inconfutabile titolo d’innovatore, all’occorrenza tanto serioso quanto scanzonato, a suo modo un incostante genio nella lampada pronto, con le sue illuminazioni, a salvare dall’oblio un genere che, salutati gli anni ’80, pareva destinato all’oblio nel decennio successivo. Nell’anno di grazia 1996 la ricetta denominata Scream restituì all’horror considerazione commerciale e appeal critico, trasformandosi in quella miccia che permise al genere di ridestarsi da quella sorta di torpore ben descritto da bDario Buzzolan/b in Hollywood 2000 Panorama del cinema americano contemporaneo Generi e temi: “L’horror non tira più. Hollywood lo abbandona senza troppi ripensamenti a partire dal giro di boa 1990. Sul perché, le ipotesi si possono sprecare. Si va dal politico al sociologico alla pura e semplice constatazione di un ciclo commerciale che si è chiuso per saturazione”.

 

Il principale responsabile di tale rinascita ha un nome e cognome: Kevin Williamson. C’è il suo ingegno dietro la formula urlante e craveniana, la sua intuizione nell’individuare la nuova strada sulla quale avviare l’horror: un perfetto contrappeso emotivo, all’interno del quale lo spavento deve andare di pari passo con un’ironia straniante. Williamson è sceneggiatore e produttore dalle antenne dritte, sa quello che il pubblico teen da pop corn movie desidera (vedi il crack tv Dawson’s Creek da lui ideato, scritto e trasformato in un fenomeno popolare) e non fa altro che servirglielo su un piatto d’argento. I luoghi comuni dell’horror vengono proiettati in superficie, spogliati della tradizionale e cieca incomprensibilità da parte dei loro interpreti: i protagonisti di Scream sono come il proprio pubblico, conoscono le regole fino a sbeffeggiarle, in un infinito quanto irresistibile vorticare di metacitazioni paradigmatiche. Il mestiere di Wes Craven completa l’opera, Scream è slasher pur non essendo girato in riva ad un lago come Reazione a catena o Venerdì 13, conosce a menadito la tradizione alla quale si rivolge e fa addirittura di più: rilegge l’intera storia del genere permettendosi, con classe, di sbeffeggiarla. Nasce il filone screamedelico, l’horror è salvo. Meglio ancora resuscitato.


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