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Big Man Japan: J-Horror, la donna nel cinema di Hideo Nakata

01/04/2018 15:56

Alfredo De Vincenzo

Approfondimento Film, Speciale Halloween, Film Giappone, Hideo Nakata,

Big Man Japan: J-Horror, la donna nel cinema di Hideo Nakata

Madri, feti, fantasmi: parliamo di Giappone, della figura femminile in uno dei più importanti registi del J-Horror

Madri, feti, fantasmi: parliamo di Giappone, della figura femminile in uno dei più importanti registi del J-Horror 

Nella maggior parte dei kaidan è dominante la figura femminile: tanto che il cinema lo shojo, storie dedicate a un pubblico di donne, si è legato all’horror creando archetipi divenuti tipici del genere. I rakugo, racconti tramandati di famiglia in famiglia, sui personaggi di Okiku e Oiwa (moglie di un samurai, che la uccide perchè innamorato di un’altra donna) hanno contribuito all’iconografia del fantasma rancoroso. Prima di allora infatti lo yurei veniva rappresentato senza gambe e con il corpo trasparente, in modo similare all’ideale occidentale. Tra la fine del periodo Edo (1603-1868) e l’inizio del Meiji (1868 - 1912) gli yurei assunsero la forma umana con abiti bianchi, come quelli utilizzati per la sepoltura. Queste storie descrivevano la condizione femminile: vendetta era infatti per legge concessa solo agli uomini, mentre alle donne non era concessa la ribellione se non sottoforma di yurei.

 

In Giappone la donna viene considerata più vicina al mondo spirituale rispetto all’uomo: basti pensare che nella prefettura di Aomori esiste una tradizione di donne cieche, chiamate itako, che entrano in contatto con i defunti attraverso il rituale del kuchiyose che prevede la possessione temporanea del defunto nell’itako.

 

Hideo Nakata e le donne

Nel cinema di Hideo Nakata, uno dei registi più influenti della nuova generazione e che maggiormente ha contribuito al successo del J-Horror fuori dai confini nazionali, la figura della donna viene associata alla superstizione, al sovrannaturale e alla soggettività; a differenza dell’uomo legato a razionalità, osservazione e oggettività. In Dark Water (che ha visto un omonimo remake americano diretto da Walter Salles) la protagonista è Yoshimi, una donna divorziata con problemi psichici; vive con la figlia di sei anni Ikuko e si trova ad affrontare il fantasma di Mitsuko, bambina scomparsa qualche anno prima. In questo film rientrano diverse tematiche classiche del J-Horror. L’abbandono diventa tema centrale, come accade in Ringu sempre di Hideo Nakata o nel film Ju-On: The grudge di Takashi Shimizu.

 

Anche l’acqua, che nel film fa pensare alla morte, assume in realtà altri significati simbolici: da un lato diventa transizione verso la vita, quindi simboleggia il parto, la nascita (come nella scena del serbatoio d’acqua da cui fuoriesce Mitsuko che rimanda al grembo di una madre); dall’altro l’acqua sporca e fangosa fa pensare alla corruzione del Giappone verso un’occidentalizzazione non sempre apprezzata. Un po’ quello che rappresenta l’home video in The Ring, internet in Kairo di Kiyoshi Kurosawa (il remake americano scritto da Wes Craven si chiama Pulse), il cellulare in The call - non rispondere di Takashi Miike (il remake americano si chiama Chiamata senza risposta).

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Dark Water e il feto vendicativo

Ma l’aspetto principale di Dark Water riguarda il discorso del feto vendicativo, divenuto marchio di fabbrica del cinema di Hideo Nakata e più in generale del cinema horror giapponese. In Giappone i bambini fino al compimento di sette anni vengono definiti feti, in quanto privi di un’identità se separati dalla madre. La tensione tra i doveri del rapporto madre-figlio si intensifica nelle scelte che Yoshimi dovrà fare durante il film, combattuta tra Ikuko e il feto vendicativo, ossia Mitsuko.

 

L’archetipo della donna che si sacrifica nel cinema di Hideo Nakata diventa quindi di fondamentale importanza e ripercorre la tradizione del cinema horror degli anni ‘50 e ‘60 dove la morte della madre diventa necessaria (come nel film del 1953 I racconti della luna pallida di Kenji Mizoguchi).

 

Inoltre, soprattutto nel finale del film, si può individuare il tema dell’Ubume, ossia il fantasma di una madre morta durante il parto che resta nella terra dei vivi per proteggere e dimostrare amore verso i propri figli. 

 

Hideo Nakata ha contribuito a rendere il cinema horror giapponese famoso nel mondo attraverso una simbologia e dei contenuti di cui l’orrore occidentale spesso è privo: esemplificativo è proprio il remake The Ring, che nella versione americana vede la madre protagonista come donna forte e tenace e ben distante dalla sensibilità psichica della protagonista giapponese. La caratterizzazione della donna e del feto vendicativo, e quindi del rapporto madre-figlio, diventa uno degli aspetti più importanti del cinema di Hideo Nakata, già presente nel cinema giapponese in titoli come Sweet home (1989) di Kiyoshi Kurasawa piuttosto che Carved - A Slit-Mouthed Woman (2007) di Koji Shiraishi, ma che mescolati con il recupero della tradizione in chiave moderna hanno reso riconoscibile ovunque il genere.


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