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Maniac (2018), stagione 1: la recensione della miniserie Netflix con Emma Stone e Jonah Hill

19/10/2018 11:00

Maurizio Encari

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Maniac (2018), stagione 1: la recensione della miniserie Netflix con Emma Stone e Jonah Hill

La miniserie Netflix con Emma Stone e Jonah Hill si muove tra sogno e realtà

La miniserie Netflix con Emma Stone e Jonah Hill si muove tra sogno e realtà

Semina indizi che sembrano condurre altrove, salvo poi percorrere altre vie, risultando spiazzante e accattivante al contempo: l'ultima (mini)serie evento di Netflix, Maniac, possiede una sua precisa identità e, a dispetto di una narrazione multiforme, che apre costantemente nuovi spunti, delimita con semplicità l'intero insieme. Fino a che ci rendiamo conto che il lato emotivo e sentimentale è la vera anima delle dieci puntate che la compongono. 

Con una durata variabile, dai 25 ai 45 minuti, ogni tassello aggiunge nuovi elementi che vanno a completare lo sfumato puzzle di una vicenda che, ancor più che essere un mero esercizio fantastico nell'universo dei generi, si rivela un viaggio psicoanalitico nelle personalità dei due protagonisti, complementari e a tratti respingenti catalizzatori.

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Di che cosa parla Maniac

Owen Milgrim (Jonah Hill) soffre di una grave forma di schizofrenia ed è vittima di allucinazioni nelle quali un immaginario fratello chiamato Grimsson (identico nell'aspetto a Jed, il reale e odiato consanguineo) continua a ricordargli di portare a termine una misteriosa missione da cui potrebbero dipendere le sorti del mondo intero. L'uomo deve inoltre testimoniare a breve in un processo nel quale è imputato lo stesso Jed ed è spinto dal padre e dall'avvocato di famiglia a preparare una falsa versione, così che l'accusato possa essere scagionato senza troppi problemi. 

Owen non si sente accettato dai propri cari e fatica a trovare un proprio posto nel mondo, venendo licenziato da tutti gli impieghi trovatigli dal genitore. Un giorno gli giunge all'orecchio la proposta di una compagnia farmaceutica, la Neberdine, alla ricerca di volontari per sperimentare un nuovo tipo di droga "salutare", capace di rimuovere per sempre, almeno nelle intenzioni dei produttori, i traumi psichici delle persone. Tra gli altri candidati a questo avveniristico programma di cura vi è la bella e giovane Annie (Emma Stone), dipendente proprio da quella sostanza (ottenuta illegalmente) e con una tragedia nel passato che continua a tormentarla. Il loro incontro darà il via a una serie di eventi sempre più inaspettati.

Il futuro anni '80 di Maniac

Remake dell'omonima serie norvegese del 2014, Maniac si pone come un divertito e raffinato omaggio al mood stilistico tipicamente anni Ottanta. E non è un caso che l'ambientazione, seppur collocata in un imprecisato futuro, riporti alla mente toni e atmosfere di quel periodo. Diretta nella sua totalità da Cary Fukunaga, annunciato regista del prossimo Bond e già autore di una stagione cult per il piccolo schermo, la prima di True Detective, l'operazione è popolata di numerosi personaggi secondari che variano ulteriormente il già strambo contesto. Proprio nella relativa caratterizzazione di questi trova una notevole dose di ironia, anche nera, che si inframezza ai momenti più drammatici.

In particolar modo il Dr. James K. Mantleray, interpretato da un gigione Justin Theroux, è la vera arma vincente dell'anima leggera grazie anche alle interazioni con i personaggi della bizzarra madre (un'irresistibile Sally Field) e della collega/amante Azumi Fujita. E se le situazioni fuori di testa non mancano di certo anche nella finzionale realtà, il vero cuore della storia ha inizio quando i volontari cominciano ad assumere le droghe, atte a far rivivere in un primo momento i momenti più dolorosi celati nel subconscio e poi nei successivi step a rimuoverli del tutto.

 

Qui la complicazione causata da un cervellone computerizzato più umano del previsto metterà a stretto contatto proprio Owen ed Annie, accompagnando lo spettatore prima nei trascorsi e tragici vissuti personali per poi sbaragliare le carte e trasformare i sogni in un meltin'pot fuori di testa che cita i pulp e gli heist movie, i noir anni '40 e addirittura il fantasy post-tolkeniano in una varietà di situazioni sempre più bislacche e imprevedibili.

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Il talento di Emma Stone e Jonah Hill

Il raffinato lavoro di scrittura e di attigua messa in scena, con movimenti di macchina sempre pronti a catapultare nel corretto status emotivo e a gestire le non banali influenze, rischia a tratti di ridondare e in particolar modo la parte centrale della miniserie soffre di un'evidente lentezza rispetto agli estremi, con un reiterarsi di situazioni che sembrano slegate da un filo logico chiaro e chiudono forse definitivamente le porte agli istinti di marchio sci-fi che, almeno inizialmente, sembravano trasparire. Lo stesso epilogo, più lieto del previsto, riconsegna il tutto ad una visione pensata con ispirazione ma sempre e comunque indirizzata al grande pubblico che, pur a rischio confusione per sovrabbondanza, difficilmente resterà deluso.

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Il vero punto di forza della decina di episodi è però da ricercare nelle magistrali performance di Emma Stone e Jonah Hill (che figurano anche come produttori), con il secondo in particolare a optare per una stravaganza di modi e tempi attoriali che lascia a bocca aperta.


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