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Werner Herzog: ritratto di un regista in 4 date

23/03/2020 18:54

Alfredo De Vincenzo

Approfondimento Film, Ritratto, Werner Herzog,

Werner Herzog: ritratto di un regista in 4 date

Werner Herzog non è semplicemente un regista, è il cinema stesso

 

 

 

Werner Herzog non è semplicemente un regista, è il cinema stesso: il suo ritratto, attraverso la formazione, gli incontri e i film imprescindibili 

 

 

Werner Herzog è uno dei registi più visionari dei nostri tempi, definito da François Truffaut «Il più grande regista vivente», in un periodo in cui Fritz Lang, Alfred Hitchcock e Stanley Kubrick - solo per citarne alcuni - erano in vita. Herzog concepisce il cinema come mezzo esplorativo, attraverso i suoi personaggi immortali - come Fitzcarraldo dell’omonimo film, interpretato dall’amico di sempre Klaus Kinski, che interpretò anche il meraviglioso Aguirre il furore di Dio - o le sue storie fuori dal comune. Werner Herzog non è semplicemente un regista, è il cinema stesso.

 

2005, Los Angeles, USA
It's a not significant bullet


È una giornata calda ma non troppo a L.A. Il sole illumina i volti di Mark Kermode, giornalista della BBC laureato con una tesi sui film horror, e di Werner Herzog, regista apprezzato dalla critica. Mark è in tiro per l’intervista a uno degli autori più influenti della sua generazione. Camicia nera, giacca nera e cravatta color argento.  La location è una collina da cui si scorge Los Angeles. I due iniziano a parlare di cinema e sorridono, il clima è disteso. L’aria viene, però, spezzata da un rumore sordo: un cecchino anonimo ha sparato a Werner Herzog con un’arma di piccolo calibro. Il basso ventre del regista inizia a sanguinare. È il panico. Mark Kermode, cresciuto da genitori metodisti, è spaventato e la sua voce inizia a tremare. Herzog, invece, lo guarda, sorride, gli mostra la ferita e dice: «Mark don’t worry, it’s a not significant bullet». L’intervista riprende laddove il cecchino l’aveva interrotta. Questa volta, però, meglio farla in un posto chiuso.

 

1953, Sachrang, Austria
Voglio mostrare a cosa può assomigliare un albero quando lo si vede per la prima volta nella vita

 

Nascere in Germania nel 1942 non è da ritenersi una gran fortuna. Werner H. Stipetic nasce a Monaco di Baviera da Elisabeth e Dietricht, entrambi biologi. La guerra priva il piccolo Werner del padre, fatto prigioniero durante la guerra, e di un tetto, crollato per via dei bombardamenti. Senza padre e senza casa, l’unica speranza è una vita lontana, precisamente a Sachrang, un paesino di montagna molto simile ai paesaggi di Heidi (il romanzo era del 1888, mentre il cartone animato del 1974). Un villaggio talmente piccolo che il professore di matematica era anche il panettiere e il medico un pastore con un allevamento di pecore. Qui, in un mondo fuori dal mondo, non esisteva il cinema e non se ne sentiva neanche parlare. Basti pensare che la prima automobile passa di lì nel 1954. In città c’è la guerra mentre qui, al confine con l’Austria, regna la pace. Herzog, cinematograficamente, nasce a 11 anni, quando vede il suo primo documentario alla scuola del villaggio. Probabilmente si trattava di Nanuk l’eschimese di Robert J.Flaherty del 1922: il documentario è un’opera poetica sull'uomo con(tro) la natura (e pensare che Flaherty si trovava lì per caso, essendo un mineralista in spedizione nel 1910 e aveva con sé una cinepresa come diario visivo, ma questi sono altri fatti). Quando, a 12 anni, Werner torna a Monaco, la guerra è finalmente giunta al termine. Scrive la sua prima sceneggiatura a 17 anni, ma è la presenza dell’eccentrico Klaus Kinski (diventerà attore protagonista di 5 pellicole del regista tedesco) nella sua vita a cambiare le prospettive. Prima di passare al cinema di Herzog un’altra curiosità: tra le sue più grandi passioni c’è la passeggiata a piedi, tanto che a 15 anni se ne va da Monaco di Baviera in Albania, camminando. 

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1970, Lanzarote, Canarie 

Non giro film normali semplicemente perché gli altri sanno farlo meglio di me

Per iniziare nel mondo del cinema Herzog ruba una cinepresa da 35mm da scuola e fa qualsiasi lavoro per finanziarsi. Nel 1967 riesce finalmente a realizzare il suo primo lungometraggio: Segni di vita. Nel '68, nonostante il successo del primo film, vincitore a Berlino, parte per un viaggio in l’Africa, durato un anno, dove riesce a raccogliere materiale per ben tre film che sarebbero usciti da lì a poco. Nel 1970 esce Auch Zwerge haben klein angefangen, ossia Anche i nani hanno cominciato da piccoli, girato a Lanzarote. Dell’intera produzione di Herzog, che conta più di 60 pellicole, questo è sicuramente il film più surreale. Interpretato solo da nani non professionisti, racconta di un ipotetico istituto in cui gli allievi si ribellano al direttore. La pellicola si apre con un piano sequenza circolare dall’alto che ci mostra tutti i luoghi d’azione, dall’istituto al cortile.

 

Appare subito evidente una delle caratteristiche fondanti del cinema di Werner Herzog, che ritroviamo in tutte le sue pellicole, ossia il cerchio.

Ovviamente si tratta di una scelta anche metaforica, in quanto il cerchio indica una situazione da cui non si può uscire - concetto ribadito dai due nani ciechi che girano in tondo, cercando invano di sfuggire all’attacco dei loro compagni - oppure il percorso, circolare, che un camion senza nessuno alla guida compirà attorno all’edificio. Questo concetto sembrerebbe scontrarsi con la fissità delle riprese, che si alternano a sequenze con la macchina a mano. La fissità, diversa dal classicismo hollywoodiano, funge da elemento allucinato (molto più che nel cinema contemporaneo in cui si esaltano distorsioni e sbandamenti). Qui la macchina da presa non segue i personaggi, che sono quasi liberi di uscire e rientrare nelle riprese; anche i carrelli sono del tutto inesistenti. A Herzog non interessa minimamente seguire i fatti o i grandi eventi che creano la storia, ma si sofferma sui particolari per lui più significativi. Questo personale approccio è un elemento sempre presente nei suoi film, seppur con tecniche diverse. Si pensi anche a Il cattivo tenente - Ultima chiamata da New Orleans, film del 2009 distante quasi 40 anni da Anche i nani hanno cominciato da piccoli: qui, la presenza degli iguana “immaginari” rappresenta l’elemento risolutore dell’intera pellicola.

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2007, Antartide
La creazione non è perfetta, ma non si è tenuti ad accettarla così com’è


Con queste parole si apre Apocalisse nel deserto del 1992: «Al pari della creazione, anche la morte del sistema solare avverrà con maestoso splendore». Il film rappresenta, in un certo modo, la summa del pensiero herzoghiano sull’uomo e sul rapporto con la natura. L’uomo, che nei film del regista tedesco spesso è rappresentato da un eroe “folle”, cerca di superare i propri limiti pur non avendo nessuna possibilità di assistere all’inizio o alla fine dell’universo, ma trovando solo solitudine e spesso morte. "Gli incontri alla fine del mondo" non rappresentano solo geograficamente il luogo che chiude il cerchio del mondo, bensì una fine metaforica, una fine quasi temporale. La Natura, madre imperscrutabile alla mente umana, sicuramente viene spiegata in gran parte dalla scienza, ma le fondamentali questioni sul senso di tutto rimangono inattese.

Qualche esempio: in Aguirre, furore di Dio il protagonista porta al massacro i compagni nella grande foresta; nel documentario Grizzly man, l'eroe è mosso da buone intenzioni ma va comunque incontro alla sua fine perché, secondo Herzog, non c’è altro finale possibile. Partendo da questo assunto, secondo cui la natura maestosa sovrasta l’uomo, nel 2007 Herzog si reca in Antartide per girare Encouters at the end of the world, che significa letteralmente “incontri alla fine del mondo”. Non «l’ennesimo film sui pinguini», come disse lo stesso Herzog. Questo film rappresenta a modo suo Il documentario, anche grazie alle riprese di Henry Kaiser, in cui il regista tedesco ancora una volta afferma il proprio punto di vista. Interrogandosi sulla promiscuità sessuale dei pinguini e sulla loro sanità mentale, il film segue l’impresa - come sempre destinata alla morte - di un pinguino che si avventura in una landa deserta marciando fino alla fine. Herzog pone degli interrogativi imprescindibili per la natura umana e lo fa attraverso gli incontri con un linguista in una terra dove non ci sono lingue, tra foche che allattano, scienziati che rischiano la vita sul vulcano Erebus, artisti e impiegati bancari che hanno lasciato le città per andare in luoghi remoti, filosofi che si interrogano sull’autodistruzione della terra. Herzog parla dei loro sogni, delle loro aspettative.

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