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Park Chan-wook: raccontare la vendetta

04/04/2020 17:00

Alfredo De Vincenzo

Approfondimento Film, Park Chan-wook, Film Corea del Sud,

Park Chan-wook: raccontare la vendetta

Per raccontare il cinema di Park Chan Wook, i pilastri sono tre: iniziamo, dal primo, il più facile, la vendetta

Per raccontare il cinema di Park Chan-Wook, i pilastri sono tre: iniziamo, dal primo, il più facile, la vendetta 

Park Chan Wook nasce a Seoul, nella Corea del Sud, il 23 agosto 1963. La sua vita, proprio come nelle biografie dei grandi artisti, cambia radicalmente durante un’assemblea d’istituto al liceo in cui ha modo di vedere per la prima volta La donna che visse due volte di Alfred Hitchcock (che verrà anni e anni dopo particolarmente omaggiato nel film Stoker). Da quel momento in poi, il regista coreano capisce che la sua grande aspirazione è il cinema.

 

Studia filosofia all’università, intraprende una carriera come critico cinematografico e collabora su diversi set, fino ad arrivare all’aiuto regia. Ma non serve dilungarsi sulla sua biografia: per raccontare il cinema di Park Chan Wook, i pilastri sono tre. Iniziamo, dal primo, il più facile: la vendetta.

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Permeati di violenza, i film di Park Chan Wook trattano temi crudi ma molti elementi restano quasi metafisici: è tutto da ricondurre sempre a uno sguardo o a una parola, non va ricercato nelle scene di violenza gratuita.

 

La Trilogia della Vendetta (Mr. Vendetta, Old boy, Lady Vendetta) non è quindi da immaginare come pura ricerca estetica della violenza, bensì come un’analisi completa dell’uomo: i personaggi sono tutti colpevoli e il regista coreano sembra dirci che chiunque di noi, a livello primordiale, sente la necessità di vendicarsi di torti, abusi o egoismi. In quest’ottica, quindi, la vendetta diventa il mezzo propulsore di una guerra tra vittima - a livello sociologico identificabile con il povero e l’operaio - e il carnefice, la società. 

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Old boy è una sorta di film manifesto, in questo senso. A partire proprio dalla comprensione di ciò che è la società contemporanea secondo il regista coreano. «Sorridi e il mondo sorriderà con te. Piangi e piangerai da solo»: questa frase, che segna il passo di svolta nel film, ci racconta la solitudine dell’uomo in una società che privilegia i personalismi e l’arrivismo a discapito del più debole.

A conferma di ciò vi è un’altra frase piuttosto significativa, pronunciata dall’antagonista subito dopo aver liberato dalla prigionia il protagonista: «Stai bene in una prigione più grande?». La prigione, nel film, inizialmente viene concepita come un luogo delimitato da quattro mura; ma via via ci si rende conto che è uno stato mentale di apatia e disadattamento sociale in cui si ritrova l’uomo moderno, svuotato di ideali, mosso dall’istinto e trasformato in automa. 

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Eppure vi è un messaggio di speranza in un mondo quasi totalmente privo di ideali: è l’amore, come sentimento che permea la vita dell’uomo, capace di deciderne le sorti. È come se questo fosse l’unico ideale per cui varrebbe la pena lottare e per cui l’uomo abbandona le proprie manie ed i propri egoismi. Ma non basta di certo questo per abbattere la solitudine di fondo di cui l’uomo è vittima. «Quando sei solo sogni spesso le formiche perchè sono sempre in gruppo, le invidi»: la formica diventa quindi elemento che contraddistingue l’uomo e la sua solitudine.

Tutto questo è la Trilogia della Vendetta. Perchè quando si parla di vendetta non si può che parlar di uomini e di debolezze, e come ha scritto Alexandre Dumas ne Il conte di Montecristo: «L’odio è cieco, la collera sorda, e colui che vi mesce la vendetta, corre pericolo di bere una bevanda amara».


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