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Scherzetto (2026), recensione film: un fastidio che deve piacere a tutti

13/09/2026 04:25

Elisabetta Maresio

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Scherzetto (2026), recensione film: un fastidio che deve piacere a tutti

Mario Martone dirige Toni Servillo in Scherzetto, confronto tra vecchiaia e infanzia che riflette su memoria, educazione ed empatia.

Vecchiaia, infanzia e i fantasmi di Napoli

Un anziano artista, un bambino di cinque anni e un appartamento napoletano carico di ricordi. Scherzetto, diretto da Mario Martone e tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone, costruisce intorno a questi elementi il confronto tra due estremi della vita: da una parte un uomo che sente vacillare l’identità costruita nel corso degli anni, dall’altra un nipote che ha tutto il futuro davanti e lo manifesta attraverso un’irrequietezza incontenibile. Daniele, interpretato da Toni Servillo, è un illustratore affermato che vive da tempo a Milano. Il ritorno nella casa napoletana dell’infanzia, dove deve occuparsi per alcuni giorni del piccolo Mario, lo costringe a misurarsi con il passato e con il fantasma dell’uomo che sarebbe potuto diventare se non fosse mai partito. È ancora una volta il ritorno a Napoli e il confronto con i luoghi lasciati alle spalle a diventare centrale nel cinema di Martone. 

Non casualmente a Daniele è stato affidato il compito di illustrare L’angolo felice di Henry James, racconto nel quale il protagonista incontra la proiezione della vita che non ha vissuto. Martone ha definito “prismatico” il romanzo di Starnone: commedia, dramma, racconto inquietante, ghost story, meditazione sul tempo e riflessione sull’arte. Il regista ha inoltre riconosciuto nel protagonista la traccia di quella cultura patriarcale violenta e impositiva nella quale lui stesso è cresciuto, un modello dal quale Daniele ha cercato di emanciparsi. È un tema che si inserisce ancora una volta nel cinema di Mario Martone, tra identità, memoria e costruzione di sé.

Un bambino al quale gli adulti hanno lasciato tutto il potere

Sono temi potenti, ai quali si aggiunge una riflessione ancora più attuale: quella sull’educazione dei figli e sulla progressiva resa degli adulti di fronte ai bambini. Mario non vuole frequentare l’asilo, si lava soltanto alla fine dei giorni trascorsi con il nonno e stabilisce tempi, attività e regole della casa. Decide tutto perché intorno a lui nessuno sembra davvero assumersi la responsabilità di educarlo. I genitori sono assorbiti dal proprio conflitto, mentre Daniele, almeno inizialmente, non prova nei suoi confronti un autentico trasporto affettivo. Il nonno arriva a domandarsi da dove venga quel bambino: non gli somiglia, non riconosce in lui neppure sua figlia e finisce per attribuirne il carattere al genero, con il quale intrattiene un rapporto altrettanto complesso. 

Mario diventa così il prodotto perfettamente coerente di un mondo adulto ripiegato su sé stesso, sulla carriera, sulle ambizioni e sui conflitti personali. La sua maleducazione non nasce nel vuoto: è l’eredità di una famiglia che non gli ha insegnato l’empatia, la reciprocità e il limite. Anche la sua apparente generosità rivela un’ambiguità dolorosa. Mario consegna i propri giocattoli al coetaneo che vive con la famiglia povera dei piani inferiori, ma sa che non si tratta di un vero dono: gli oggetti verranno recuperati dagli adulti. La madre e lo stesso nonno accusano esplicitamente quella famiglia di essere composta da ladri. È il padre dell’altro bambino a ristabilire con intensità la verità: loro non sono ladri, sono soltanto persone meno fortunate.

La povertà materiale e quella affettiva

L’accusa appare ancora più ingiusta perché proprio quella famiglia, guardata con sospetto e disprezzo, offre a Mario gli unici momenti di gioco autentico e di affetto incondizionato. Il protagonista, infatti, pur circondato da oggetti, non sa giocare da solo, non riesce ad autogestirsi e pretende continuamente l’attenzione degli adulti. Il bambino del piano di sotto, invece, pur possedendo molto meno, conserva la capacità di emozionarsi davanti a un giocattolo e di trasformarlo in condivisione. Alla povertà materiale corrisponde così una ricchezza affettiva e relazionale che manca alla famiglia protagonista.
 

Scherzetto diventa allora soprattutto un film sulla mancanza di empatia, educazione e reciprocità. Mario non è semplicemente vivace: è saccente, egocentrico, indisponente, deliberatamente estenuante. Il problema non riguarda il giovanissimo interprete Lorenzo Perrotta, spontaneo e sorprendente nella capacità di ricordare ogni battuta, ma un personaggio che il film sembra chiedere allo spettatore di trovare irresistibile proprio mentre ne subisce l’insistenza. Il bambino dovrebbe rappresentare il caos originario della vita, capace di rompere l’immobilità dell’adulto e di restituirgli una diversa percezione del mondo. Ma il fastidio non sempre si trasforma in rivelazione. Più che un autentico incontro fra generazioni, emerge una collisione tra differenti forme di egocentrismo. Gli adulti non ascoltano il bambino e il bambino, modellato su di loro, non sa realmente incontrare né gli adulti né i propri pari.

Toni Servillo domina un cast che avrebbe meritato più spazio

Serena Rossi interpreta Betta, figlia di Daniele e donna contemporanea divisa tra lavoro, maternità e un matrimonio che scricchiola. A differenza del padre, Betta è rimasta a Napoli e ha difeso la casa familiare, opponendo alla fuga di lui un’appartenenza emotiva alla città e al quartiere. Anche questo conflitto, tuttavia, avrebbe meritato uno spazio maggiore. Lo stesso vale per gli interpreti non protagonisti. Sebbene confinati in parti brevi, mostrano una caratura evidente e conferiscono intensità anche a poche battute. Sono attori nei quali si riconosce la formazione teatrale: presenze capaci di dare spessore, umanità e verità ai personaggi nel tempo minimo loro concesso. Il padre del bambino del piano inferiore ne è un esempio particolarmente significativo.
 

Il film, tuttavia, non lascia loro sufficiente respiro. Tutto viene costruito intorno a Toni Servillo e al bambino, attraverso un’insistenza sui primi piani e sulla centralità del loro rapporto che finisce per oscurare il resto del cast. Attori di grande valore si piegano con umiltà a ruoli che restano ai margini e che, se sviluppati, avrebbero potuto arricchire il film di altre prospettive e di un’umanità meno autoreferenziale. È Toni Servillo a sostenere il racconto e a conferirgli il peso che rischierebbe altrimenti di disperdersi. La sua interpretazione rende percepibili l’umiliazione dell’età, la crisi creativa, il timore di perdere il prestigio acquisito e il doloroso ritorno alle origini. Nei momenti in cui nonno e nipote disegnano insieme, oppure si sfidano separati dal balcone, la distanza finalmente si riduce: restano due bambini che giocano, soli davanti al vuoto.

Il fastidio deve necessariamente trasformarsi in amore?

Domenico Starnone ha riconosciuto nel palazzo che incombe sul protagonista “tutto il peso del passato” e nella frase «i tuoi disegni sono scuri» l’inizio del versante tragico del racconto. È proprio lì, nell’ombra del tempo e nelle vite possibili rimaste irrealizzate, che Scherzetto trova la sua parte migliore. Il girato è esteticamente raffinato: lo sono i primi piani, la costruzione degli spazi, il rapporto tra i corpi e l’appartamento, così come gli scorci di una Napoli che non funge da semplice sfondo, ma diventa memoria, appartenenza e conflitto sociale. La bellezza dell’immagine, tuttavia, non risolve lo squilibrio di una narrazione interamente affidata alla presenza totalizzante del protagonista.
 

Ed è qui che torna il problema del bambino. Scherzetto sembra presupporre che il fastidio provocato da Mario debba lentamente sciogliersi nella comprensione e infine nell’affetto, come se il rapporto tra nonno e nipote rendesse inevitabile amare ciò che inizialmente appare insopportabile. Ma il fastidio non sempre si trasforma in tenerezza solo perché il film lo pretende. Rimane allora una domanda, forse la più scomoda: senza Toni Servillo, con questo stesso impianto e questo stesso girato, il film starebbe davvero in piedi? Oppure è proprio la statura del suo interprete principale a trasformare un’esperienza spesso estenuante in qualcosa che pretende di essere, necessariamente, amato?

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Scheda Film

Titolo originale: Scherzetto
Titolo internazionale: Trick
Genere: Drammatico, commedia, ghost story
Paese: Italia
Anno: 2026
Regia: Mario Martone
Sceneggiatura: Mario Martone, Ippolita Di Majo, dal romanzo omonimo di Domenico Starnone
Interpreti: Toni Servillo, Lorenzo Perrotta, Serena Rossi, Leonardo Lidi, Giovanni Ludeno, Gianluca Di Gennaro
Fotografia: Paolo Carnera
Montaggio: Jacopo Quadri
Scenografia: Carmine Guarino
Costumi: Daniela Ciancio
Musica: Valerio Vigliar
Disegni di Daniele Mallarico: Dario Maglionico
Produzione: MAD Entertainment con Rai Cinema, in associazione con EDI – Effetti Digitali Italiani e Picomedia
Distribuzione italiana: 01 Distribution
Vendite internazionali: Rai Cinema International Distribution
Durata: 105 minuti
Prima mondiale: 83ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia – Venice Open, Fuori Concorso

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