Un ritorno che nasce da un legame familiare
L’assenza di Daniel Day-Lewis dagli schermi è durata otto anni: aveva ufficialmente annunciato il ritiro dopo avere recitato in Il filo nascosto, per il quale aveva ottenuto la sesta candidatura ai Premi Oscar (già vinti tre volte), ma ha cambiato idea per poter lavorare col figlio Ronan Day-Lewis. Prima ha scritto con lui la sceneggiatura di Anemone, poi ha accettato di tornare sul set per interpretare il ruolo principale. Non c’è dubbio, quindi, che nella sua decisione l’affetto personale abbia contato più di un desiderio di tornare a lavorare che, in effetti, non era mai trapelato. Invece per Ronan, che fino ad ora si era cimentato nella pittura e nella scultura, l’approdo al cinema è stato quasi naturale, visto che anche sua madre, Rebecca Miller, è una regista e attrice. Il coinvolgimento del padre nel suo debutto al cinema sembra legato anche alla scelta di uno dei temi affrontati, cioè proprio il rapporto tra un padre (ingombrante ma assente) e un figlio.
Promozione e contesto extra-filmico
Daniel si sta impegnando con generosità per promuovere la carriera del figlio, cercando al contempo di non oscurarlo: ospiti entrambi di Alice nella Città , il festival che a ottobre ha ospitato l’anteprima italiana del loro film, hanno condiviso il palco per una masterclass aperta al pubblico, ma non sono saliti assieme, perché il padre ha voluto lasciare tutte le attenzioni al figlio per la prima metà dell’incontro, raggiungendolo solo in seguito. Che poi si sia calato di nuovo senza problemi nei panni di personaggio pubblico lo ha dimostrato passando più tempo a firmare autografi alla fine della masterclass rispetto al tempo dedicato alla conversazione.
Silenzi, gesti e paesaggio
Passano vari minuti di film prima che si materializzi compiutamente l’atteso ritorno del grande attore sullo schermo. Non lo troviamo, nelle prime scene, nel nucleo familiare che abita una casa grigia irlandese — il padre Jem (Sean Bean), la madre Nessa (Samantha Morton), il figlio Brian (Samuel Bottomley), che si è messo nei guai. Jem saluta moglie e figlio e parte, dopo avere recuperato le informazioni che gli occorrono per raggiungere una meta misteriosa. Arriva in un luogo isolato in mezzo a un bosco, dove probabilmente nessuno passa mai. Un uomo — eccolo, finalmente, il redivivo Day-Lewis — si accorge della presenza estranea e si prepara a difendersi, finché non riconosce un suono familiare. Nella prima metà del film ci sono pochissimi dialoghi, abbastanza per capire che quell’uomo che si è allontanato dalla civiltà è Ray, il fratello di Jem; e sebbene accetti di accoglierlo nel suo rifugio, diventa aggressivo quando rifiuta di leggere la lettera che Nessa gli ha scritto. Sembra che il rapporto tra due fratelli che non si vedevano da molti anni abbia bisogno del tempo dell’attesa e della gestualità istintiva, più che delle parole.
Un monologo che rompe l’equilibrio
È attraverso i gesti, prima bruschi, poi sempre più naturali, che si ricrea un legame traumaticamente interrotto in passato. Attorno a loro, un ruvido paesaggio verde e incontaminato da altra presenza umana è il teatro perfetto per due persone che faticano a trovare il modo di comunicare ciò che provano. Ma la domanda principale resta a lungo senza risposta: cosa è successo in passato, e perché Ray sembra non volere avere niente a che fare con la sua famiglia, anche dopo molti anni di lontananza? Era prevedibile che tutto il film girasse attorno alla presenza carismatica di Daniel Day-Lewis, ma la sceneggiatura è poco bilanciata. Per metà film si costruisce un personaggio che parla pochissimo, si presenta attraverso le azioni, mostra sul volto indurito un peso interiore devastante eppure non ha nessuna voglia di raccontare qualcosa del suo passato, tanto che a lungo la visione del film somiglia alla risoluzione di un mistero. Poi, quando questo schema narrativo si sfilaccia, arrivano finalmente le risposte, in maniera da mettere in luce le qualità recitative dell’attore ma rovinando le caratteristiche del personaggio, con un monologo interminabile che svela tutto. Pur eseguito con grande maestria nell’uso della voce e dei silenzi, lasciando completamente sullo sfondo anche Sean Bean, che fino a quel momento non aveva affatto sfigurato nel confronto, non è altro che la soluzione più semplice e banale per soddisfare ogni curiosità .
Rivelazioni e limiti della scrittura
Ronan Day-Lewis, per andare oltre il racconto orale, ha cercato di esercitare le sue competenze da artista visivo inserendo alcuni segmenti onirici, a loro volta utili alla costruzione del mistero, prima del dettagliato monologo che rivela il passato del protagonista. L’idea migliore, però, si trova a inizio film sui titoli di testa, quando una serie di disegni raccontano una storia: in quelle figure che sembrano abbozzate da un bambino c’è già tutto, e in parte si intuiscono gli eventi decisivi pur senza poterli comprendere appieno nel contesto corretto. Peccato che poi il regista non sia riuscito a calibrare al meglio tutte le rivelazioni per creare una narrazione più efficace di questa tragedia familiare sulla colpa, il rimpianto, la paura del proprio ruolo all’interno degli schemi familiari classici, che prevedono anche che le colpe dei padri possano ricadere sui figli. La grande capacità di Daniel Day-Lewis di caratterizzare efficacemente un uomo svuotato di vita, che ha continuato a esistere in una silenziosa ripetitività di azioni ma sente ancora un doloroso fuoco ardergli dentro, è il principale motivo per vedere il film; ma il talento di suo figlio Ronan Day-Lewis nel gestire il racconto cinematografico appare ancora acerbo.

Scheda Film
Regia: Ronan Day-Lewis
Sceneggiatura: Ronan Day-Lewis, Daniel Day-Lewis
Interpreti: Daniel Day-Lewis, Sean Bean, Samantha Morton, Samuel Bottomley, Safia Oakley-Green
Fotografia: Ben Fordesman
Montaggio: Nathan Nugent
Musica: Bobby Krlic
Produzione: Regno Unito, Stati Uniti
Distribuzione italiana: Universal Pictures
Durata: 126 minuti



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