Recarsi a ritirare il referto di un esame medico e sentirsi dire, senza alcun tatto da un medico dotato di scarsissima empatia, che hai un tumore in gola e che devi iniziare entro tre giorni un ciclo di chemioterapia, è un'esperienza traumatizzante che ti lascia attonito, senza alcuna capacità di reagire. Ed è quello che capita al ventinovenne Nino Clavel (Théodore Pellerin) in Nino, primo lungometraggio della regista francese Pauline Loquès, vincitore del César come miglior opera prima e ora in uscita nelle sale italiane.
Tre giorni di smarrimento
Dopo questa atroce notizia, e aver appreso che la cura lo renderà sterile, Nino viene invitato a depositare il suo sperma in una provetta per conservarlo in una banca del seme. Ma, poiché il reparto di fertilità scarseggia di stanze dove appartarsi, Nino dovrà recarsi nel bagno di un bar, riempire la provetta e riportarla nel minor tempo possibile in ospedale. Non la condizione migliore per riuscire nel compito. Infatti, dopo poco, il giovane, totalmente frastornato, molla il colpo e se ne va a casa. Purtroppo, una volta giunto all’abitazione, si rende conto di aver perduto le chiavi e di non poter accedere all'appartamento. Inizia quindi un vagabondaggio che lo porterà a rifugiarsi presso alcune persone a lui vicine, fra le quali la madre (Jeanne Balibar), l’amico Sofian (William Lebghil) e Zoé (Salomé Dewaels), una sua ex compagna di scuola, giovane madre sola, incontrata per caso per la strada. Così, fra una cena in famiglia, una festa a casa dell'amico, un incontro in un bagno pubblico con un tizio un po' strambo che conserva nel portafoglio una foto di Romy Schneider convinto che si tratti di sua moglie (Mathieu Amalric in un divertente cameo), Nino si deve confrontare con le proprie angosce e con l’incapacità , almeno in un primo momento, di rendere partecipi gli altri – per paura? per pudore? – della malattia, portando con sé il suo segreto, pesante come un macigno.

Un percorso verso l’accettazione
Tre giorni di angoscia che diventeranno per Nino una sorta di catarsi, trasformandosi in un percorso che lo porterà ad accettare l'idea della chemioterapia. Anche grazie al sostegno trovato in Zoé, che lo aiuta, con un metodo decisamente particolare, a riempire la famosa provetta, in una delle scene più belle e commoventi del film. Un film che parla di malattia senza mostrarci il dolore che ne deriva, ma puntando sullo smarrimento di chi ne viene a conoscenza. Alternando momenti drammatici ad altri volti ad alleggerire una situazione di per sé angosciosa, Pauline Loquès parte, come ella stessa ha dichiarato, da un triste episodio riguardante la morte per cancro di un amico, al quale il film è dedicato, e realizza un’opera misurata, capace di porre lo spettatore di fronte al dramma della malattia senza schiacciare il piede sull'acceleratore del dolore e senza ricercare la lacrima facile. Puntando, piuttosto, sull’evidenziazione del percorso che Nino compie su di sé, arrivando ad accettare la propria malattia e le terapie necessarie. Ben recitato, soprattutto da Théodore Pellerin, in grado di donare al proprio personaggio quel giusto senso di spaesamento e paura, Nino è un film che si fa apprezzare per la sua sobrietà e per la capacità di parlare di malattia senza mostrarci il dolore derivante. Si rivela così, a tutti gli effetti, un’opera prima assai interessante e decisamente riuscita.

Scheda Film
Titolo originale: Nino
Regia: Pauline Loquès
Sceneggiatura: Pauline Loquès, Maud Ameline
Interpreti: Théodore Pellerin, William Lebghil, Salomé Dewaels, Jeanne Balibar, Mathieu Amalric, Camille Rutherford, Estelle Meyer, Victoire Du Bois
Fotografia: Lucie Baudinaud
Montaggio: Clémence Diard
Musica: Thibault Deboaisne
Produzione: Blue Monday Productions, Belleville Production, France 2 Cinéma
Distribuzione italiana / piattaforma: Minerva Pictures
Durata: 97 minuti



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