
Tre mesi dopo il finale di Stranger Things 5, con Hawkins ancora sotto gli occhi del mondo e l'ultimo episodio ancora fresco nella memoria collettiva, torniamo a parlare della serie dei Duffer Brothers per un motivo preciso: il 23 aprile Netflix lancerà Stranger Things: Tales from '85, lo spin-off animato ambientato nell'inverno del 1985, tra la seconda e la terza stagione. Un ritorno a Hawkins che ci dà l'occasione perfetta per riflettere su cosa ha reso Eleven un'icona così potente della serialità contemporanea. E quale modo migliore per farlo se non mettendola a confronto con un'altra ragazza dai superpoteri devastanti, uscita dall'immaginario giapponese oltre vent'anni fa? Lucy di Elfen Lied (manga seinen di Lynn Okamoto, 2002-2005, anime del 2004) è la sorella oscura che Eleven non ha mai incontrato. Una sorella separata da un oceano, da scelte produttive opposte, ma unita da un filo rosso che parla di trauma, violenza e della disperata ricerca di umanità.
Il sangue scorre. Dal naso di Eleven mentre fa levitare oggetti con la mente. Dall'aria attorno a Lucy, mentre braccia invisibili smembrano le guardie che la tengono prigioniera. Due immagini, due universi narrativi apparentemente lontanissimi. Eppure vale la pena scavare, perché quello che accomuna queste due figure rivela molto su come raccontiamo il dolore attraverso la fantascienza e l'horror.
Prigioniere della scienza: quando il laboratorio diventa gabbia
Entrambe hanno passato l'infanzia rinchiuse in strutture di ricerca dove non erano bambine, ma esperimenti. Il Laboratorio Nazionale di Hawkins per Eleven, una facility governativa per Lucy. I dettagli cambiano, l'orrore no: camici bianchi, stanze asettiche, test infiniti. La sensazione perenne di essere una “cosa” piuttosto che una persona. Il dottor Brenner in Stranger Things e i ricercatori di Elfen Lied sono lo stesso archetipo: lo scienziato che giustifica l'abuso in nome del progresso. Brenner fa di più, mascherando tutto dietro una parvenza di affetto paterno. Quando Eleven lo chiama "Papa" si stringe lo stomaco, perché il tradimento peggiore è sempre quello di chi dovrebbe proteggerti. Lucy non ha nemmeno questa falsa consolazione. La sua condizione di diclonius la relega immediatamente al ruolo di minaccia per l'umanità. Okamoto costruisce una profezia che si autoavvera: se tratti qualcuno come un mostro abbastanza a lungo, prima o poi finirà per comportarsi di conseguenza.

Il sangue come linguaggio: due modi opposti di mostrare il potere
Eleven sanguina dal naso. È il suo limite, il prezzo che paga ogni volta che usa i poteri. C'è qualcosa di visceralmente umano in quel sangue che cola mentre fa cose impossibili, un dettaglio mutuato da Scanners di Cronenberg che ti ricorda costantemente: dietro il superpotere c'è un corpo fragile. Stranger Things mostra la telecinesi come qualcosa di eroico ma doloroso, necessario ma traumatico. I vettori di Lucy, quelle braccia invisibili che possono tagliare l'acciaio come burro, non costano niente. Zero sangue dal naso, zero fatica apparente. Pura efficienza letale. Dove Stranger Things suggerisce e accenna, Elfen Lied ti sbatte in faccia la violenza splatter più cruda. Eleven sceglie quando usare i suoi poteri, e quella scelta la definisce. Lucy è il prodotto finale di cosa succede quando togli a qualcuno ogni possibilità di scelta per troppo tempo. I suoi poteri sono maledizione e liberazione insieme, la violenza che ne deriva oscilla tra difesa e vendetta.
La ricerca dell'umanità: speranza americana vs nichilismo seinen
Eleven trova in Mike, Dustin, Lucas e Will quello che le è sempre mancato: senso appartenenza. Non è più "011", il numero tatuato. È El, una ragazza con amici, con una vita. I Duffer Brothers costruiscono una narrazione ottimista dove l'amicizia può guarire ferite profonde. È commovente vedere come l'accettazione riesca a salvare, e crediamo nella redenzione di Eleven perché vediamo persone che credono in lei. Lucy è più complicata. Il trauma genera in lei una dissociazione: da un lato Lucy, capace di violenza estrema; dall'altro Nyu, personalità infantile che emerge come meccanismo di difesa. È il cervello che si spacca in due perché è l'unico modo per sopravvivere alla contraddizione di essere vittima e carnefice insieme. E qui Elfen Lied fa qualcosa di brutalmente onesto: ci mostra che l'amore non sempre basta. Kouta cerca di salvare Lucy, ma non può semplicemente "amarla fino a guarirla". L'anime propone una verità scomoda: alcune ferite non si chiudono mai completamente, alcune persone portano il peso del passato fino alla fine. È una narrazione che rifiuta il conforto del lieto fine.

Due pubblici, due culture, una sola ossessione
Stranger Things nasce come prodotto Netflix mainstream, con estetica nostalgica anni '80 alla Spielberg. La violenza c'è, ma è misurata. Il demogorgone terrorizza e massacra ma non sempre con dettagli anatomici in primo piano. Elfen Lied, anime seinen del 2004, sin dal primo episodio presenta uno dei massacri più cruenti mai animati. Corpi squartati, sangue ovunque. Ma non è gratuito: ogni goccia racconta quanto sia stata brutale l'esistenza di Lucy. La vera differenza sta nell'approccio culturale. Stranger Things comunica che la guarigione è possibile con il supporto giusto, riflettendo valori contemporanei sulla salute mentale. Elfen Lied appartiene a una tradizione seinen più nichilista: alcune storie non hanno redenzione, alcune cicatrici sono permanenti.
L'eredità: da Akira a Carrie, passando per Hawkins
Entrambe attingono a un pozzo narrativo più antico. Akira di Otomo (1988) ha codificato l'archetipo del ragazzo con poteri incontrollabili. Prima ancora, Carrie di Stephen King (1974) aveva esplorato la telecinesi femminile come manifestazione di trauma. Il tema persiste perché funziona come metafora perfetta dell'adolescenza: quella sensazione di avere dentro qualcosa di incontrollabile, di essere incompresi, di non sapere chi sei. Quella rabbia che sembra poter esplodere, quella vulnerabilità mascherata da forza. Eleven e Lucy sono due risposte alla stessa domanda: cosa succede quando trasformi un essere umano in arma? Stranger Things risponde con speranza: l'umanità può essere recuperata. Elfen Lied offre una prospettiva più cupa: forse, ma le cicatrici rimarranno per sempre.

Perché parlarne ora: tornare a Hawkins nell'inverno del 1985
Con Tales from '85 in arrivo tra un mese, Netflix ci riporta a Hawkins in un momento preciso della timeline: l'inverno del 1985, tra la chiusura del varco con il Sottosopra e l'estate del centro commerciale. I Duffer Brothers hanno promesso uno stile da cartone animato del sabato mattina anni '80, con nuovi mostri e un mistero paranormale che terrorizza la città. Sarà interessante vedere se lo spin-off animato manterrà quella stessa capacità di Stranger Things di bilanciare l'horror con la speranza, il trauma con la guarigione. Eleven che abbiamo lasciato nel finale della quinta stagione ha completato il suo arco, ma rivederla in forma animata in un momento più innocente della sua vita ci ricorderà perché il suo personaggio ha funzionato così bene.
E mentre aspettiamo di tornare a Hawkins il 23 aprile, vale la pena riflettere su quanto la serie abbia saputo trattare il tema del trauma con una delicatezza che l'anime seinen non si è mai permesso. Due approcci opposti, entrambi necessari e veri.



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