Il Michael arrivato in sala è un film diverso da quello che Antoine Fuqua aveva annunciato quando, parlando del progetto, prometteva un ritratto capace di mostrare “il buono, il brutto e il cattivo” di Michael Jackson. L’ambizione dichiarata era quella di affrontare non soltanto l’artista, ma anche l’uomo: la sua fragilità, le contraddizioni, le zone d’ombra e il peso insostenibile di una vita trascorsa sotto osservazione.
In origine, il film avrebbe dovuto aprirsi con un’immagine molto più problematica: Michael davanti allo specchio mentre, alle sue spalle, lampeggiano le luci delle auto della polizia durante la perquisizione del Neverland Ranch legata al caso Chandler del 1993.
Quella linea narrativa sarebbe poi stata rimossa in seguito a questioni legali legate all’accordo extragiudiziale con la famiglia Chandler, che avrebbe impedito ogni rappresentazione diretta di quel caso all’interno del film. Questa modifica non è un dettaglio produttivo secondario, ma il nodo centrale dell’intera operazione. Michael nasce come biopic totale, ma arriva al pubblico come prima parte di un racconto sospeso. Il film sceglie di fermarsi all’apice del successo, evitando il momento in cui l’immagine pubblica di Jackson viene definitivamente incrinata. Il risultato è un’opera formalmente imponente, spesso travolgente nella sua dimensione performativa, ma strutturalmente incompleta.

Jaafar Jackson e la vertigine della somiglianza
La forza più evidente del film è Jaafar Jackson. Non si tratta soltanto di una somiglianza fisica o di una ricostruzione mimetica: nelle sue vene scorre il sangue del Re del Pop. Jaafar non imita semplicemente Michael Jackson, ma sembra attraversarne il corpo scenico, replicando con precisione impressionante movimenti, postura, gestualità, sguardo, fragilità apparente e controllo assoluto della performance. Da questo punto di vista, Michael funziona più come concerto cinematografico che come biopic tradizionale. Le sequenze musicali ricostruiscono videoclip, esibizioni e momenti iconici con una fedeltà quasi maniacale. Il film restituisce l’energia di un’epoca, l’impatto visivo degli anni Ottanta, la rivoluzione coreografica e mediatica di un artista che non ha semplicemente cantato il pop, ma ne ha riscritto grammatica, corpo e immaginario. È proprio qui che il film raggiunge i suoi momenti migliori. Quando la narrazione lascia spazio alla musica, al ballo e alla performance, Michael ritrova la sua ragione d’esistere. La macchina da presa segue il corpo di Jackson come un dispositivo mitologico, più che biografico. Il cinema diventa allora restituzione di un’icona, non indagine sull’uomo.
Il problema è che Jaafar Jackson, pur dimostrando una presenza scenica sorprendente, raramente viene messo nelle condizioni di mostrare davvero le proprie possibilità attoriali. Il film accenna alla vitiligine, all’ossessione per la perfezione fisica, all’intervento al naso, all’incidente durante lo spot Pepsi, ma non trasforma mai questi elementi in una vera esplorazione psicologica. Sono tracce, segnali, frammenti di conflitto. Non diventano mai una struttura drammatica pienamente sviluppata. Il tema centrale rimane il rapporto con il padre, canale certamente importante per comprendere l’origine della ferita jacksoniana, ma troppo fragile per sostenere da solo la narrazione sul Re del Pop, oltre che trattato con estrema indulgenza. La materia, in termini di conflitti, ossessioni, paure, contraddizioni e slanci creativi, non mancava. Il film però preferisce che la ricostruzione del mito prevalga sulla costruzione di un vero percorso drammatico.
In questo senso, il confronto con Bohemian Rhapsody, anch’esso prodotto da Graham King e segnato da una lavorazione complessa, appare inevitabile. Anche lì il mito veniva celebrato più che scandagliato; anche lì le contraddizioni, gli scivoloni e le due facce della stessa medaglia venivano filtrati attraverso una struttura accomodante. Ma Michael spinge questa impostazione ancora più avanti, rinunciando persino a una piena tenuta narrativa classica.
Non è tanto una questione di scandali o di cronaca giudiziaria, su cui si è detto fin troppo e di cui spesso si dimenticano gli esiti processuali e l’assenza di condanne: Jackson è stato braccato per anni da accuse, indagini e sospetti, con il Neverland Ranch perquisito e trasformato simbolicamente nel luogo fisico del processo mediatico; eppure, sul piano giudiziario, non è mai emersa una prova capace di sancirne la colpevolezza. Il punto riguarda l’aspetto umano. Un film biografico non dovrebbe limitarsi a ricostruire un’icona. Dovrebbe interrogarsi su ciò che quell’icona ha significato, su ciò che ha prodotto, su ciò che ha lasciato dietro di sé. Non verità assoluta, ma riflessione. Ed è proprio su questo piano che Michael appare più fragile.

Il bambino mai cresciuto e il corpo pubblico di Michael Jackson
Michael Jackson è stato spesso raccontato attraverso categorie opposte e insufficienti: per i musicologi un genio, per i fan una divinità pop, per i tabloid un corpo eccentrico da dissezionare, per una parte dell’opinione pubblica un uomo ricco e bizzarro, impossibile da comprendere fino in fondo. Raramente, però, è stato osservato come un essere umano prigioniero della propria stessa immagine. Il film suggerisce questa dimensione, ma non la porta mai davvero fino in fondo. Michael appare come un bambino mai del tutto cresciuto, segnato da un’infanzia sottratta, da un padre autoritario, da una fama precoce e da un rapporto con il mondo costruito più sull’innocenza idealizzata che sulla realtà.
Lo scimpanzé Bubbles, il mito di Peter Pan, Neverland, il desiderio di circondarsi di animali, bambini e luoghi fantastici non vengono trattati come semplici eccentricità, ma come sintomi di una fuga permanente da un’età adulta più subita che realmente abitata.
È una lettura interessante, ma il film la sfiora con cautela. La dimensione fiabesca di Michael viene evocata più che analizzata. La sua idea di perfezione, bellezza, bontà e armonia universale attraversa molte delle sue canzoni, spesso liquidate come retoriche proprio perché fondate su un immaginario apparentemente semplice: guarire il mondo, unire popoli diversi, superare conflitti razziali e sociali attraverso la musica. Ma quella semplicità era parte integrante del suo linguaggio artistico. In questo senso, una delle intuizioni più efficaci del film sta nella rappresentazione della musica come spazio di mediazione. L’idea che Michael potesse unire (non solo simbolicamente) gang rivali, come nella genesi del videoclip di Beat It, culture diverse, corpi e linguaggi incompatibili appartiene pienamente alla sua poetica. La sua arte non era solo intrattenimento: era un tentativo, forse ingenuo ma potentissimo, di immaginare una lingua comune dove la politica, la società e gli adulti avevano fallito.

Tra rimozione e contro-narrazione
La critica più frequente rivolta a Michael riguarda la scelta di non affrontare gli aspetti più controversi della vita dell’artista. È un’obiezione legittima. Un biopic che pretende di raccontare Michael Jackson non può ignorare il peso delle accuse, l’impatto dei processi mediatici, la frattura insanabile tra fan e detrattori, tra devozione e sospetto. Allo stesso tempo, la questione è più complessa. Negli ultimi anni, una parte consistente del racconto pubblico su Jackson si è concentrata quasi esclusivamente sugli aspetti più scabrosi e controversi della sua figura. Documentari, inchieste e riletture postume hanno progressivamente spostato l’attenzione dall’artista all’accusato, dal performer al caso mediatico, dal musicista al simbolo di una colpa mai davvero pacificata nell’immaginario collettivo.
In questo senso, Michael opera come contro-narrazione, anche voluta dall’Estate che cura l’immagine e l’eredità economica e artistica di Jackson. Non cerca l’ambiguità, non cerca il processo, non cerca la zona grigia. Lo fa anche in modo strategico, raccontando di fatto la vita dell’artista prima che sopraggiungano le accuse più gravi. Sceglie così di restituire al grande schermo il Michael Jackson cantante, ballerino, compositore, comunicatore visivo e rivoluzionario della cultura pop. È una scelta discutibile sul piano biografico, ma comprensibile sul piano culturale: dopo anni di narrazioni concentrate sull’ombra, il film decide di tornare alla luce. Il limite è che questa luce, senza il contrasto necessario, rischia di diventare agiografia. La produzione con il coinvolgimento dell’Estate e di alcuni membri della famiglia Jackson (inclusi i figli Prince e Bigi) accentua questa impressione, perché rende inevitabile la percezione di un racconto sorvegliato, filtrato, costruito per proteggere prima ancora che per interrogare. La stessa assenza di Janet Jackson, la distanza pubblicamente espressa da Paris Jackson rispetto al progetto e il taglio delle scene con Diana Ross, interpretata da Kat Graham, per “considerazioni legali” confermano quanto il film sia stato attraversato da tensioni, limiti e cautele non soltanto artistiche, ma anche familiari, industriali e legali.
Un’opera elettrizzante, ma filmicamente irrisolta
Michael è dunque un film diviso in due (letteralmente). Da una parte, un’esperienza spettacolare capace di restituire la grandezza performativa di Michael Jackson con una potenza rara. Dall’altra, un biopic che non riesce a costruire una vera progressione drammatica e che sembra interrompersi proprio quando dovrebbe cominciare la parte più difficile del racconto.
La ricezione spaccata tra critica e pubblico conferma questa frattura. Una parte della critica ha contestato al film la sua natura celebrativa e la rimozione delle zone più oscure; molti fan, al contrario, lo hanno accolto come il grande risarcimento cinematografico atteso da anni. È una divisione che accompagna Michael Jackson da decenni: da un lato chi non riesce più a separare l’artista dalle accuse, dall’altro chi continua a vedere in lui un genio travolto da sospetti, interessi economici, processi mediatici e incomprensioni.
Il film di Fuqua non risolve questa frattura. Anzi, la rende ancora più evidente. Come cinema biografico è parziale, prudente, talvolta irrisolto. Come celebrazione del mito, invece, possiede una forza indiscutibile. La sua grandezza sta tutta nella presenza di Jaafar Jackson e nella capacità di riportare al centro ciò che troppo spesso viene dimenticato: Michael Jackson non è stato soltanto un personaggio controverso, ma uno degli artisti più influenti del Novecento popolare. Forse Michael non è il film definitivo su Michael Jackson. Forse non poteva esserlo. Ma nel suo essere incompleto, trattenuto e sbilanciato, ricorda comunque una verità essenziale: prima dello scandalo, prima dei processi mediatici, prima delle semplificazioni opposte, c’è stato un artista capace di trasformare il videoclip in cinema, il palco in linguaggio e la musica in esperienza di unione collettiva. Ed era ora che il grande schermo tornasse, almeno per una volta, a guardare anche quello.

Scheda Film
Titolo originale: Michael
Regia: Antoine Fuqua
Sceneggiatura: John Logan
Interpreti: Jaafar Jackson, Juliano Krue Valdi, Nia Long, Colman Domingo, Miles Teller, Laura Harrier, Jessica Sula, Kat Graham, Larenz Tate, Mike Myers
Fotografia: Dion Beebe
Montaggio: John Ottman, Harry Yoon, Conrad Buff IV, Tom Cross
Musica: brani di Michael Jackson
Produzione: GK Films, Optimum Productions
Distribuzione italiana: Universal Pictures International Italy
Durata: 127 minuti
Paese: Stati Uniti
Anno: 2026
Genere: biografico, musicale, drammatico



.png)





