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Glen Hansard, una volta può bastare: omaggio a un uomo fatto di musica

13/09/2026 18:00

Chiara Maria D'Angelo

Personaggi dimenticati, Di Tendenza,

Glen Hansard, una volta può bastare: omaggio a un uomo fatto di musica

Un omaggio a Glen Hansard, alla sua musica e a Once: una riflessione sull’amore, sull’ascolto e sulla risonanza che sopravvive alla morte.

Un uomo fatto di musica

Questo vuole essere un omaggio, un ringraziamento e un inno alla semplicità. A un uomo. A un musicista. A Glen Hansard, che non si limitava a vivere per la musica, ma nella musica si lasciava vivere, consumare e offrire a chiunque possedesse ancora la sensibilità e, soprattutto, il tempo di fermarsi ad ascoltarlo. La sua voce non aveva nulla di accomodante. Non era levigata, educata alla perfezione sterile dell’industria discografica o ripulita dalle imperfezioni che rendono un suono irrimediabilmente umano. Era ruvida come il legno della sua Takamine, la cui tavola armonica era stata scavata negli anni dal suo modo percussivo di suonare: una chitarra ferita, quasi sventrata nel punto esatto in cui il braccio insisteva per strappare alle corde tutto ciò che lui non riusciva a trattenere nel corpo. Quello strumento non era un vezzo estetico, era una radiografia. Il foro aperto sulla tavola armonica raccontava la sua storia molto prima che Glen cominciasse a cantare: anni di strada, concerti, rabbia, cadute, speranze e note suonate con una forza che non apparteneva alla brutalità, ma alla necessità. Perché Hansard non sembrava accarezzare la musica. La cercava dentro le corde, affondava le dita nel corpo dello strumento e la costringeva a uscire, anche quando faceva male. Soprattutto quando faceva male.
 

Il 29 luglio 2026 Glen Hansard è morto a cinquantasei anni in seguito a un incidente motociclistico a Dublino, la città in cui aveva iniziato a suonare per strada e che, attraverso Once, aveva trasformato in una storia d’amore raccontata attraverso la musica: una partitura urbana fatta di marciapiedi, pioggia, rumori e solitudini. La sua morte sembra quasi una cesura violenta all’interno di una composizione rimasta incompiuta. Un’interruzione, una battuta spezzata prima della risoluzione. Eppure, la musica possiede una caratteristica che il corpo non ha: può continuare a vibrare anche quando chi ha provocato quel movimento non esiste più. Il suono nasce dal contatto, attraversa l’aria, raggiunge un altro corpo e vi deposita qualcosa. Una memoria. Un dolore. Una possibilità. Da quel momento non appartiene più soltanto a chi lo ha creato, ma anche a chi lo ha accolto. Forse è questa l’unica forma di immortalità concessa agli artisti: non l’eterna presenza, ma la risonanza.

Dalla strada all’Oscar senza smettere di essere un busker

Glen Hansard ha cominciato come busker, affidando la propria voce a una strada che non prometteva attenzione. I passanti potevano fermarsi, lasciare una moneta, ascoltare pochi accordi o continuare a camminare. Nessun sipario a imporre il silenzio, nessuna poltrona numerata, nessuna liturgia costruita per separare l’artista da chi lo ascolta. Solo un uomo, una chitarra e il rumore di Dublino. E la speranza che, tra centinaia di persone impegnate ad andare altrove, almeno una decidesse di restare.

Suonare per strada significa donarsi senza alcuna certezza di essere ricevuti. Significa lasciare che la propria parte più fragile venga attraversata dall’indifferenza, dalle conversazioni, dai clacson e dai passi di chi non ha tempo. Ma significa anche comprendere il vero senso della musica: non pretendere attenzione, bensì creare qualcosa per cui valga la pena interrompere il cammino.

Hansard non ha mai smesso davvero di essere quel musicista di strada, nemmeno quando la custodia aperta sull’asfalto è stata sostituita dai palchi internazionali o quando l’Oscar ha preso il posto delle monete. Glen Hansard ha lasciato non soltanto delle canzoni, ma un modo di stare nella musica che gli permetteva di entrare nell’esecuzione fino a diventare egli stesso strumento musicale. La sua voce spesso si frantumava in una ruvidezza quasi dolorosa e proprio in quella frattura trovava la propria verità: cantava attraverso di essa. Per questo un interprete tradizionale non avrebbe potuto restituire la stessa autenticità al protagonista di Once. Un attore avrebbe potuto studiare il gesto del musicista, imparare la posizione delle mani, imitare la tensione del volto e riprodurre la postura di chi canta per strada. Hansard portava sullo schermo la necessità. Infatti, la sua non era la mera interpretazione di un uomo che aveva bisogno della musica: era un uomo che senza musica non avrebbe saputo dove mettere tutto ciò che sentiva.

Fare l’amore attraverso l’ascolto

È questa la vera storia d’amore di Once: due musicisti che non si chiedono di diventare altro, ma imparano a produrre un suono nuovo restando perfettamente riconoscibili. Non si annullano nella fusione romantica: dialogano, nessuno prevale e nessuno scompare; nella musica si uniscono liberi. Ed è forse questa la ragione per cui il film, dopo quasi vent’anni, continua ad avere la stessa forza di una confessione ascoltata per caso. Once non aspira alla perfezione né insegue la spettacolarità e di certo non costruisce l’amore attraverso strumenti consumati fino alla nausea dalla commedia romantica. Nessuna corsa all’aeroporto, nessuna dichiarazione urlata sotto la pioggia, nessun bacio utilizzato come timbro notarile per certificare l’esistenza di un sentimento. Glen e Markéta fanno qualcosa di molto più intimo: compongono. Creare insieme significa consegnare all’altro una parte ancora informe di sé. Una melodia che potrebbe fallire. Una frase che potrebbe non essere compresa. Un’idea ancora troppo fragile per essere esposta allo sguardo del mondo. Significa permettere a qualcuno di entrare nel luogo in cui siamo più vulnerabili e sperare che scelga di non distruggerlo. Loro non fanno l’amore attraverso il corpo, lo fanno attraverso l’ascolto.
 

Per questo la separazione finale non rappresenta il fallimento della loro relazione, ne è il compimento. Markéta restituisce a Glen la possibilità di partire, di registrare, di affrontare Londra e la propria vita. Glen le dona un pianoforte, ossia la possibilità di continuare a suonare senza dover chiedere in prestito uno spazio, uno strumento o il permesso di esistere artisticamente. Non le regala qualcosa che la costringa a ricordarlo, le regala qualcosa che le permetta di continuare a essere sé stessa. È una differenza enorme, quasi rivoluzionaria, perché in un mondo in cui il sentimento viene spesso misurato attraverso la quantità di spazio che riusciamo a occupare nella vita dell’altro, Glen compie il gesto opposto: si sottrae e lascia una possibilità. Non chiede di diventare indispensabile e non trasforma il suo dono in un debito emotivo. È la stessa concezione dell’amore al centro di Once, un film in cui amare significa anche saper lasciare andare. Non è Eros che reclama, conquista e possiede, ma un sentimento che attraversa il desiderio e approda alla cura, come insegna Battiato. Un’Agápē profondamente umana, non mistica né priva di passione, capace però di collocare il bene dell’altro al di sopra della necessità di trattenerlo.

Alcune persone entrano nella nostra vita per accordarla

Alcune persone entrano nella nostra vita per accordarla e non suoneranno accanto a noi per sempre. Non condivideranno nemmeno tutti i movimenti della nostra composizione, forse resteranno soltanto per poche battute. Eppure, dopo averle incontrate, non riusciremo più a produrre lo stesso suono. È questa la catarsi di Once: l’amore non salva eliminando il dolore, gli offre una forma. Non promette di restare, ma lascia qualcosa capace di farlo al suo posto: una registrazione, un pianoforte, una canzone, una nuova direzione, «cadendo lentamente». Oggi questo significato si carica di un dolore diverso. Glen Hansard non c’è più, ma la bellezza che ha lasciato non ha terminato la propria vibrazione.

Durante il suo funerale nella Cattedrale di St Patrick a Dublino, Markéta Irglová ed Eddie Vedder hanno cantato The Song of Good Hope: ancora una volta la musica è intervenuta nel punto esatto in cui la parola non avrebbe potuto sostenere il peso troppo nero della realtà. E, alla fine, non poteva esistere un congedo più coerente. Un uomo che per tutta la vita aveva affidato alle canzoni ciò che non riusciva a contenere è stato salutato attraverso lo stesso linguaggio con cui si era donato. Questo articolo nasce per ringraziarlo, non soltanto per l’immensa dolcezza di Falling Slowly o per aver prestato a Once il proprio volto, la propria chitarra e la parte più vulnerabile della propria musica, ma per ricordare che la musica non deve necessariamente essere perfetta per raggiungere l’anima: deve essere vera.

La morte interrompe il corpo, non la risonanza

Glen Hansard era un uomo fatto di musica. Per la musica viveva e nella musica si donava a chi sapeva fermarsi ad ascoltarlo.

Ora la sua voce non produrrà nuove note, ma quelle già cantate continueranno a muovere l’aria, a entrare nelle stanze, a toccare le corde delle anime che hanno avuto il privilegio di sentirlo. La morte ha interrotto il corpo, non la risonanza. Perché certe canzoni non terminano con l’ultima battuta, continuano dentro chi le ha ascoltate. E finché una chitarra comincerà a vibrare, un pianoforte le risponderà e due voci diverse troveranno il coraggio di abitare lo stesso respiro, Glen e Markéta torneranno in quel piccolo negozio di strumenti di Dublino. Il mondo continuerà a correre oltre la vetrina e qualcuno passerà senza accorgersi di nulla.
 

Qualcun altro, invece, si fermerà.

Ascolterà. E per una volta… sarà abbastanza.

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Foto di Tara Keane © 2022 tarakeane.com

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