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Il Grande Lebowski

29/03/2008 12:00

Ivan Zulberti

Recensione Film,

Il Grande Lebowski

Uno scambio di persona, una fortuita omonimia...

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Uno scambio di persona, una fortuita omonimia. Hanno origine da qui le avventure incredibili che coinvolgono Jeffrey Lebowski, il "Drugo"(Jeff Bridges), vittima di una malintesa caccia all’uomo. Convinto di vivere ancora nei magnifici anni ’70, Drugo porta barba e capelli lunghi, indossa immancabili bermuda e sandali, ama il bowling (sua unica vera occupazione) e non disdegna gli spinelli. Ogni tanto si concede un trip d’acido e difficilmente rifiuta un White Russian. Pigro, a corto di soldi e senza uno straccio di lavoro, il suo personaggio è uno sbandato di classe, ispirato ai romanzi di Raymond Chandler.


Nel 1997, dopo aver già diretto pellicole esilaranti come Mister Hula Hoop e vinto un Oscar con Fargo, Joel e Ethan Coen realizzano Il grande Lebowski, destinato a diventare uno dei film più amati degli anni novanta. Un cult assoluto. Ethan e Joel fondono dettagli e virtuosimi cinematografici (chi non ricorda la sequenza del Drugo che vola su Los Angeles o le soggettive della palla da bowling?) a uno stile ironico e dissacrante che ne è diventato l'inconfondibile firma. Tra i meravigliosi intermezzi musicali si dipana una sorta di viaggio allucinato e allucinante che attraversa una realtà surreale, coloratissima e istintiva. Quella dei Coen è una comicità beffata da riflessioni amare: non mancano riferimenti polemici dal Vietnam alla Guerra del Golfo, intrecciati ai motivi dominanti della cultura degli States, considerata dal punto di vista dell'americano medio che - da sempre - tanto affascina i due registi. Pur di recuperare l’amato tappeto, che “dava veramente un tono all’ambiente”, il Drugo si trova catapultato in una realtà nuova e a lui sconosciuta fatta di rapimenti, menzogne, ricatti e tradimenti. Accanto a lui, gli amici Walter e Donny. Il primo, una sensazionale interpretazione di John Goodman, è uno dei personaggi più tristemente esilaranti della storia del cinema; un uomo incapace di rimuovere il passato violento in Vietnam, le cui azioni sono sempre dettate dalla disciplina militare. Il secondo ha il volto di Steve Buscemi e, continuamente messo a tacere da Walter, cerca di ottenere e monopolizzare l’attenzione di Drugo. La colonna sonora, nostalgica e intramontabile, passa da The Man In Me di Bob Dylan a Gypsy Kings e Creedence Clearwater Revival.


Le cronache raccontano che al Sundance Festival 1998, dove Il grande Lebowski fu presentato in anteprima, furono non pochi i critici cinematografici ad abbandonare la sala, indignati che un film del genere seguisse il precedente premiatissimo Fargo. Ma Il grande Lebowski è una pellicola dalla storia singolare e dal successo postdatato: dopo il no degli addetti ai lavori e i deludenti 27 milioni di dollari incassati al botteghino, il successo - tardivo - di pubblico è stato eguagliato solo da poche pellicole nella storia del cinema. Giunto dal web alla cultura popolare, l'immaginario dei Coen è facilmente stato assimilato in feste, cineforum e locali a tema nineties: difficile non essere capitati almeno una volta di fronte a qualcuno che indossava accappatoio e calzoncini alla Drugo, diventato icona cinamatografica al pari della Mia di Pulp Fiction o degli agenti Mulder e Scully di X-Files. Con il loro antieroe chandleriano e una rosa di personaggi perdenti e indimenticabili, Joel e Ethan Coen hanno iniziato a raccontare l'America con Il grande Lebowski e ancora non hanno terminato.



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