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Una separazione

13/10/2011 10:00

Erika Pomella

Recensione Film,

Una separazione

A due anni di distanza dal sorprendente About Elly, Asghar Farhadi riprende in mano la macchina da presa per raccontare il suo paese, l’Iran, attraverso la forz

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A due anni di distanza dal sorprendente About Elly, Asghar Farhadi riprende in mano la macchina da presa per raccontare il suo paese, l’Iran, attraverso la forza di personaggi che, pur ribadendo alcuni dogmi delle produzioni iraniane, non cadono mai nella trappola degli stereotipi o dei facili sentimentalismi. Una separazione è una pellicola che pone l’accento sui problemi dell’Iran in maniera poetica ed originale, mettendo al centro della narrazione non il problema in sé, quanto piuttosto un piccolo gruppo di esseri umani che diventano le allegorie di quegli stessi problemi.


Nader (Pyman Moadi) e Simin (Leila Hatami), dopo quattordici anni di matrimonio, decidono di lasciarsi e di avviare le pratiche di divorzio. O meglio, è Simin a decidere. La causa della separazione è la mancata volontà, da parte di Nader, di lasciare l’Iran. Al contrario, Simin, che ha già ottenuto i visti necessari per l’espatrio per lei e per la figlia Termeh (Babak Karimi), vuole andarsene dall’Iran, e magari andare a vivere in un paese in cui Termeh abbia la possibilità di crescere come donna, senza sottostare a leggi maschiliste che ne limitano l’indipendenza. Ma Termeh, indecisa e spaventata, decide di rimanere con Nader, che a sua volta è costretto a restare nel paese natale per aiutare il padre (Ali-Asghar Shahbazi), affetto dal morbo di Alzheimer. Ad aiutarlo in questo compito c’è Razieh (Sareh Bayat), una badante con una figlia (Sabrina Fahradi) ed incinta di un'altra, che lavora all’insaputa del marito, cercando tuttavia di rispettare le regole della religione a cui tanto è devota. Tuttavia, un giorno, rientrando in casa, Nader scopre suo padre solo e legato a letto; da qui nasce un alterco con la badante, che porterà Razieh all’aborto, o almeno così sembrerebbe. Per Nader, allora, si apre un vortice di bugie e manipolazioni, a cui dovrà far fronte mentre le pratiche di separazione procedono e Termeh si trova sempre più divisa tra i genitori, sospesa in quella situazione atemporale tra l’infanzia e la prima adolescenza.


Se About Elly era stato capace di sorprendere i membri della giuria del Festival di Berlino – portandosi a casa l’Orso d’Argento – Una separazione consacra totalmente Asghar Farhadi come regista capace di veicolare grandi temi di importanza sociale e umana, senza bisogno di ricorrere a facili schemi. Il suo cinema – e questo film ne è una prova evidente – si basa soprattutto sulla forza psicologica dei suoi protagonisti che: le loro individualità, riescono a far trasparire tutte le preoccupazioni nate in un contesto in cui la libertà individuale è assoggettata a regole antiquate, assurde e incomprensibili agli occhi degli occidentali. Emblematica, in questo senso, è la scena in cui Razieh è costretta a chiamare l’ufficio che si occupa dei comportamenti idonei per la religione, per chiedere se possa cambiare i pantaloni di un uomo anziano, che si è urinato addosso. Se, alla visione di questa scena, scatta un sorriso quasi automatico, allo stesso tempo non si può far a meno di pensare a come limitata sia la vita di una donna iraniana, che deve sottostare non solo alle regole dell’uomo, ma anche a quelle religiose. E il punto di forza della regia di Fahradi sta proprio nell’evitare qualsiasi discorso puramente politico, riuscendo tuttavia a far emergere i deficit del regime da piccoli aneddoti di vita quotidiana, più esemplificativi di tanti discorsi futili o tante sequenze dove il disagio e la povertà vengono mercificate non a favore di una denuncia sociale, ma di un successo al box office. Ancora una volta, il regista iraniano torna ad affrontare anche il discorso sulla diversa condizione sociale tra i protagonisti. Se in About Elly il centro della diegesi era rappresentata da una maestra, qui, il personaggio che più di tutti cattura lo sguardo è quello di una badante, che deve vedersela col marito che la vorrebbe rinchiusa in casa a partorire figli, con la religione che la vuole devota e sottomessa e un datore di lavoro, Nader, che appartiene ad un ceto più alto, ed è quindi lontano da tutte le preoccupazioni che affollano l’universo di Razieh. Eppure, nonostante tutti questi dilemmi, Razieh rappresenta il personaggio più positivo del film, insieme a tutte le altre donne della pellicola: un riconoscimento, quello di Fahradi al popolo femminile iraniano, che nella società, nel mondo reale, non viene mai neanche contemplato.



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