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Viaggio in paradiso

19/05/2012 10:00

Marco D'Amato

Recensione Film,

Viaggio in paradiso

Ritmi vorticosi e azione senza soluzione di continuità

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Driver (Mel Gibson) per sopravvivere al Pueblito stringe un rapporto di mutuo soccorso con un ragazzino (Kevin Hernandez) che Javi (Daniel Gimenez Cacho) protegge in quanto il suo particolare tipo di sangue lo rende perfetto per un trapianto di fegato che salverà la vita al boss. Driver dovrà cercare di evadere dal Pueblito salvando il ragazzino e sua madre (Dolores Heredia), recuperando i suoi soldi prima che a metterci le mani sia il boss a cui li ha rubati, Frank (Peter Stormare).


Mel Gibson torna sugli schermi per risanare il suo divismo con un film d’azione old-school, diretto da Adrian Grunberg che di Gibson era stato assistente alla regia in Apocalypto. La trama concede all'attore l'opportunità di interagire in un nuovo contesto sociale (e bidimensionale), con brutalità ed eroismo in pieno stile anni settanta: in fuga alla guida di una macchina assieme al suo complice moribondo dopo un colpo multimilionario, la polizia lo bracca e lui per sfuggire alla cattura sfonda il muro che separa il confine USA da quello messicano. La polizia locale, corrotta, si prende i soldi e con una falsa accusa lo spedisce nel carcere di Tijuana noto come El Pueblito. Il complesso di detenzione, frutto di un esperimento governativo, è un’immensa cittadella nella quale i detenuti convivono con le proprie famiglie sfruttando una notevole libertà. La situazione è rapidamente degenerata ed El Pueblito è diventato un coacervo di corruzione, spaccio, prostituzione, violenza, sopraffazione e denaro governato dal boss locale Javi.


Ritmi vorticosi e azione senza soluzione di continuità sono la ricetta vincente di questo B-movie al piombo. Se si riesce a chiudere un occhio sulle esagerazione in sede di script e sviluppo stereotipato dei personaggi, Viaggio in paradiso intrattiene e coinvolge con uno stile che ammicca volutamente ai lavori di Robert Rodriguez, Quentin Tarantino e Sam Peckinpah. Un punto importante a favore della pellicola lo segna l’ottima ambientazione: l’infernale carcere in cui tutto è lecito («The world shittiest mall» lo definisce Gibson) è ricostruito alla perfezione e regala agli attori un palcoscenico sterminato eppure soffocante in cui muoversi.



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