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The Irishman (2019): la summa della poetica e della carriera di Martin Scorsese

03/12/2019 11:00

Marco Filipazzi

Recensione Film, Festival, Festa del Cinema di Roma, Netflix Original,

The Irishman (2019): la summa della poetica e della carriera di Martin Scorsese

The Irishman è il film più ingombrante del 2019: prima la sua lavorazione travagliata, poi le aspettative altissime

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The Irishman è il film più ingombrante del 2019: prima la sua lavorazione travagliata, passata dalla Paramount a Netflix; poi le aspettative altissime, la durata di 3 ore e mezza in cui tre attori recitano diverse età dei loro personaggi, ringiovaniti o invecchiati grazie alla ILM. Infine il vespaio di polemiche che Martin Scorsese ha sollevato scagliandosi contro la Marvel, facendo adirare il fandom integralista. Dopo tutto questo, dopo la presentazione alla Festa del Cinema di Roma e una release limitata di soli 3 giorni in alcuni (pochissimi) cinema, lo scorso 27 novembre il film è approdato finalmente su Netflix.

 

The Irishman è un progetto che Martin Scorsese accarezzava sin dal 2015, ma che ha faticato a vedere la luce a causa della sua ambizione. Si tratta dell'adattamento del saggio I heard you paint houses, scritto da Charles Brandt e basato sulla vita di Frank Sheeran, sindacalista e affiliato della mafia italo-americana dagli anni ’50 in poi. Insomma, una storia che rientra perfettamente nelle corde dei gangster-movie a cui Scorsese ci ha abituati, da Mean Streets a Quei bravi ragazzi, passando per variazioni sul tema come Casinò o The Departed.

 

 

Per portarla sullo schermo, Scorsese sceglie di radunare attorno a sé i collaboratori storici – la montatrice Thelma Schoonmaker, suo braccio destro sin dal 1967, e Robbie Robertson che cura le colonne sonore dei suoi film dai tempi di Toro Scatenato – e gli attori feticcio con cui, in gioventù, aveva provato a cambiare Hollywood. Così Frank Sheeran ha il volto di Robert De Niro (la nona collaborazone tra i due, ma la prima dal 1995), ed è lui il cuore pulsante della storia, l’Irlandese del titolo: tornato dall’Italia, dove ha combattuto durante la Seconda Guerra Mondiale, Frank inizia a fare l’autista di furgoni. Entra così in contatto con il mondo della criminalità organizzata, diventando in breve uno dei pupilli del boss Russell Bufalino (un invecchiatissimo Joe Pesci, al suo quarto film con Scorsese). Attraverso di lui conosce Jimmy Hoffa (Al Pacino, in splendida forma e costantemente sopra le righe) il potentissimo capo del sindacato Teamster, che prova un odio viscerale per la famiglia Kennedy, con cui Sheeran stringe una sincera amicizia.

 

 

Inutile dire che i tre protagonisti – ai quali conunque sono affiancate star del calibro di Harvey Keitel e la sottosfruttata premio Oscar Anna Paquin – offrono interpretazioni magnifiche. Soprattutto per quanto riguarda De Niro: è bellissimo ritrovarlo a padroneggiare un ruolo ambizioso (con strananti occhi azzurri!) finalmente libero di non essere macchietta di se stesso in qualche film per famiglie. Altrettanto superfluo è rimarcare quanto Martin Scorsese si trovi a proprio agio nel racconatre questa storia, ennesimo tassello di un microcosmo che popola la sua filmografia, denso di riferimenti (narrativi e, soprattutto, stilistici) alla propria produzione e ai gangster-movie in generale. Tra i modelli, è impossibile non pensare a C’era una volta in America di Sergio Leone, per la durata fiume e per le varie età dei protagonisti portati sullo schermo, ma anche per rappresentare la summa delle tematiche care ai loro rispettivi registi.

 

 

Rispetto ai film del passato, però, The Irishman si differenzia soprattutto per il tono: c’è meno attrazione, fascino e smania verso questo mondo criminale e per la prima volta Scorsese ce lo racconta in modo disilluso, quasi crepuscolare. Sin dalla prima scena il film viene impostato come un racconto di memorie, attraverso il quale Frank ci racconta la sua vita, ma anche 40 di storia americana filtrati attraverso gli occhi della criminalità organizzata. Dalla camera dell’ospizio in cui si trova all’inizio del film, narra allo spettatore come è diventato un sicario della mafia, ma il personaggio (insieme a tutti gli altri gangster del film) appare spogliato da qualsiasi aurea malinconica. Non c’è Ray Liotta che, lentamente, si cala in questo mondo affascianante e proibito: qui Frank Sheeran non è altro che un operaio che anziché timbarre il cartellino spara colpi di pistola alla vittima designata, senza scrupolo né morale. Lo fa semplicemente perché è il suo lavoro e lo pagano per farlo. Proprio l’incombenza della morte lungo tutta la pellicola (il De Niro invecchiatissimo nell’incipit che poi diverrà epilogo del film e della sua vita; i personaggi presentati attraverso didascalie che ci dicono come e quando moriranno; gli innumerevoli, asciutti e velocissimi, omicidi che costellano il film) trasformano The Irishman in una sorta di “testamento cinematografico”. In una lezione di cinema che solo un Maestro può tenere. Non è il suo capolavoro, ma è la summa della sua poetica e carriera e probabilmente, se Scorsese decidesse di appendere la telecamera al chiodo adesso, nessuno avrebbe nulla da rimproverargli.

 

 

Se ne andrebbe donando al pubblico un ultimo assaggio di un modo di fare cinema che sta lentamente scomparendo (o forse si è già estinto): quello della New Hollywood, che avrebbe voluto rivoluzionare il sistema dall’interno, ma alla fine ha dovuto soccombere alle leggi delle mayor miliardarie. Ed è ironico come proprio quelle mayor gli abbiano voltato le spalle a fine carriera e il film sia stato salvato da una piattaforma streaming che di norma non fa approdare i film sul grande schermo.

 

 

Infine, se si esamina la sua polemica da questo punto di vista, con l’entusiasmo del ragazzo che fu, è facile capire il motivo per cui si sia scagliato contro il colosso Marvel. Con The Irishman è un po’ come se Scorsese servisse al pubblico una succosa tagliata di angus irlandese grondante sangue: se poi il pubblico continua a preferire i panini asciutti di un qualche fast food (purtroppo) non è colpa sua. Lui, insieme a molti altri, hanno provato a cambiare le cose, ad abituarci a piatti prelibati e sostanziosi, ma a quanto pare il junk food, più gustoso e meno impegnativo, piace di più alle masse. Che poi, il junk food non è un male in sé (è cibo anche quello, esattaemnet come i cinecomics sono cinema): il timore dei grandi chef è che possa diventare l’unico cibo nella nostra alimentazione. E quello sì che sarebbe un grosso problema.

 

 

 

 


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