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Kim Ki-Duk: addio al regista dei silenzi e della passione

15/12/2020 20:02

Alfredo De Vincenzo

Ritratto, Film Corea del Sud, Kim Ki-Duk,

Kim Ki-Duk: addio al regista dei silenzi e della passione

Ricordare e raccontare Kim Ki-Duk e il suo cinema in poche parole è compito assai arduo: ci proviamo con questo ritratto

Ricordare e raccontare Kim Ki-Duk e il suo cinema in poche parole è compito assai arduo: ci proviamo con questo ritratto

Ricordare e raccontare Kim Ki-Duk e il suo cinema in poche parole è compito assai arduo. Per tutto quello che ha rappresentato per chi scrive e, più in generale, per chi vive il cinema come passione viscerale. 

 

Kim Ki-Duk nasce nel 1960 a Bonghwa, in Corea del Sud, in un contesto economico precario per cui è spesso vittima di bullismo. Da ragazzo, trasferitosi a Seul, sviluppa una passione per l’artigianato: in particolare costruisce pistole, motivo che lo porta ad essere arrestato e torturato. La sua gioventù si divide tra l'agricoltura, la fabbrica in cui lavora come operaio, la marina (dove si arruola per scappare al padre violento) e, infine, una crisi mistica che lo avvicina alla predicazione.

Mentre cerca di prendere i voti, viene travolto dalla passione per la pittura. Giunge Francia, come artista di strada: qui, tra mostre e una vita mediamente di stenti economici, si innamora perdutamente del cinema grazie a Il silenzio degli Innocenti (1991) di Jonathan Demme e Gli amanti del Pont-Neuf (1991) di Leos Carax. Decide di tornare a Seul e iscriversi a un corso di sceneggiatura creativa.

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La sua prima sceneggiatura prende il nome di Illegal Crossing e narra l’amore tra un pittore di ritratti, afflitto da cancro ai polmoni e una modella di riviste per adulti, nonché ragazza a pagamento la notte. La ragazza, dopo aver sedotto il pittore, riesce a convincerlo ad assassinare il padre adottivo di lei, da cui aveva subito abusi da bambina. Il piano fallisce e, una volta circondati dalla polizia, lei chiede al pittore di porre fine alla propria vita: con un colpo di proiettile da parte dell'artista, in contemporanea con quello del poliziotto cecchino, entrambe le loro esistenze terminano. E gli amanti precipitano giù da una scogliera in un ultimo abbraccio. Questo script non diventerà mai un film ma è il primo passo: anticipa molte delle linee narrative di Wild Animals, Paran Daeum, Real Fiction, La samaritana.

«Sin dal mio primo film, Coccodrillo, ho cercato di fare film con temi religiosi, mescolati coi temi del peccato e situazioni di autolesionismo. Gli elementi religiosi nelle mie storie offrono un ritorno a Madre Natura e all’innocenza. Oggi le nostre vite sono piene di artificiosità. Dobbiamo fare uno sforzo per recuperare la nostra innocenza». Coccodrillo (1996) è il primo film di Kim Ki-Duk, quello che avvia la meravigliosa carriera di questo regista.

Il cinema di Kim Ki-Duk è costantemente composto dalla sue esperienze personali, proiettate all’interno di protagonisti spesso appartenenti alle fasce più emarginate della società: senzatetto, prostitute, delinquenti, sfollati, disabili, prigionieri. Questi personaggi universali, spesso volutamente privi di nome e identità, sono vittime di un senso di dolore morale e fisico, seguito degli atti di estrema violenza subita. Attraverso questa realtà, che sfugge alla comprensione razionale, lo sguardo di Kim Ki Duk sulla brutalità e sulla violenza non è un atto voyeuristico ma una tappa necessaria per l’acquisizione di una nuova coscienza. L’espiazione e la consapevolezza diventano punti cardine di un cinema unico nel suo genere.

 

Eppure il cinema di Kim Ki-Duk non ha sempre trovato grossi estimatori in patria e spesso, per via delle tematiche trattate e dei suoi personaggi è stato definito “pazzo” e “misogino”.

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«I miei film sono deplorevoli perché scoprono parti intime che tutti voglio coprire; sono colpevole di contribuire all’incredulità e l’instabilità del futuro e della società, mi vergogno e rimpiango di aver sprecato il mio tempo senza aver prima compreso i sentimenti di coloro che preferiscono evitare gli escrementi. Chiedo scusa per aver fatto vedere al pubblico i miei film con il pretesto della difficile situazione del cinema indipendente. Chiedo scusa per aver esagerato gli orribili e oscuri aspetti della società coreana e di aver insultato eccellenti cineasti con i miei lavori che altro non sono che spazzatura. Solo ora capisco quanto siano gravi i miei problemi mentali e di quanto sia inadeguato per poter vivere in Corea».

La verità è che Kim Ki-Duk ha creato un modo di fare cinema unico. È stato pioniere di un cinema intimo capace di toccare corde che nessuno aveva toccato prima.

 

Attraverso i silenzi dei personaggi, attraverso la convivenza con la sessualità, attraverso il rapporto con la fede, attraverso la morte, attraverso il masochismo, attraverso l’accettazione e l’autoconservazione, attraverso il corpo, Kim Ki-Duk ci ha raccontato una realtà che non credevamo possibile ed è stato in grado di metterci davanti a uno specchio, con le nostre parti più nascoste. Per questo non lo ringrazieremo mai abbastanza. Per questo ci mancherà ogni giorno.


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