Un paio di anni fa i fratelli Philippou si erano imposti all’attenzione del pubblico horror realizzando quel gioiellino di Talk to me. In un’era dove il metro di giudizio sembra essere solamente “monnezza” o “capolavoro” Talk to me è un buon horror con almeno un paio di scene di tensione da farti sudare le mani: la cosa, dato l’abuso di jumpscare oggigiorno, non è scontata. Il film, inoltre, riusciva a unire in modo non banale suggestioni contemporanee come le challenge di TikTok con archetipi horror come l’aldilà e il mondo degli spiriti, il tutto condito da abbondanti dosi di splatter old school. Insomma, un film che se non avete ancora visto dovete correre a recuperare!
Ma si sa che dopo un esordio promettente il vero banco di prova per degli autori è riuscire a confermare le proprie doti nella loro opera seconda e beh… a scanso di equivoci vi diciamo subito che i Philippou ce l’hanno fatta perché Bring her back – Torna da me è senza dubbio uno dei migliori horror della stagione!
Di che cosa parla Bring her back
In maniera simile a Talk to me, la scintilla che avvia Bring her back è (se non si fosse già capito dal titolo) una morte: Andy e Piper, già orfani di madre, perdono anche il loro patrigno in un tragico incidente nella doccia. A Andy mancano pochi mesi per diventare maggiorenne e poter chiedere l’affido della sorella minore e ipovedente Piper; così, nel frattempo, i due vengono destinati alla custodia di Laura, una psicologa molto gentile ed empatica, che abita in una casa dispersa tra la boscaglia e a sua volta ha perso la figlia Cathy, morta annegata in piscina.
Non c’è dubbio, quindi, che il nodo cruciale (per non dire il metaforone) attorno a cui si sviluppa la storia sia l’elaborazione del lutto.
In tutto ciò non dimentichiamoci che con loro vive anche Oliver, un bambino a dir poco inquietante, affetto da mutismo selettivo e sempre affamato, che si diverte a torturare il gatto di casa.
Un lento crescendo di tensione
Ancor più che in Talk to me, si vede sin dall’inizio che i Philippou non hanno fretta di saltare alle conclusioni, perciò si prendono tutto il tempo necessario per apparecchiare la storia, introdurre i personaggi e procedere con uno slow burning incredibile. Un lento e inesorabile crescendo di tensione e inquietudine attraverso indizi frammentari, alcuni evidenti, altri un po’ meno, che da spettatore sai che prima o poi torneranno utili per il quadro generale, ma che sono talmente disparati da sembrare buttati lì alla rinfusa.
Sorprese e violenza estrema: cosa funziona in Bring her back
L’altro punto di forza di Bring her back è senza dubbio l’imprevedibilità: quando pensi di aver capito che direzione stia prendendo la storia, il film ti esplode tra le mani e colpisce con una svolta di trama inaspettata oppure con una massiccia dose di violenza estrema. Ci sono almeno due scene che, per quanto pensiate di essere dei duri e che nulla sullo schermo vi possa impressionare, metteranno a dura prova la vostra soglia del dolore.
Ma se la violenza grafica sfida la nostra resistenza, è sul piano psicologico che Bring her back fa del suo meglio (o peggio, a seconda dei punti di vista) intrappolando tanto i personaggi quanto lo spettatore in un dedalo asfissiante di bugie, manipolazioni, alienazioni e gaslighting.
E in tutto questo i fratelli Philippou trovano anche il tempo di buttare nella mischia magia nera, antichi rituali, demoni e persino un video snuff. Vedere tutti questi elementi elencati in fila tipo lista della spesa può far pensare che magari il film sia sovraccarico, invece ogni elemento trova la giusta collocazione e non si ha mai la sensazione che una soluzione narrativa sia stata piazzata lì come scorciatoia per supplire alla mancanza di idee.
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I Philippou hanno ben chiaro in testa cosa intendono per “film horror”: lo hanno dimostrato con Talk to me e confermato, alzando l’asticella, con questo Bring her back. Anche se partono da premesse paranormali, la loro poetica rimesta nel malessere e nell’angoscia, in sensazioni sgradevoli e profondamente reali che rimangono appiccicate addosso allo spettatore anche dopo i titoli di coda.
Regia: Danny and Michael Philippou
Sceneggiatura: Danny Philippou, Bill Hinzman
Interpreti: Billy Barrat, Sora Wong, Jonah Wren Phillips, Sally Hawkins
Fotografia: Aaron McLisky
Montaggio: Geoff Lamb
Musica: Cornel Wilczek
Produzione: Causeway Films
Durata: 104'



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