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Noi siamo infinito

09/02/2013 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Noi siamo infinito

Nei primi anni '90 Charlie (Logan Lerman) si accinge ad iniziare, tra timori e insicurezza, la scuola superiore, come molti suoi coetanei...

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Nei primi anni '90 Charlie (Logan Lerman) si accinge ad iniziare, tra timori e insicurezza, la scuola superiore, come molti suoi coetanei. Ma il ragazzo, oltre ad essere timido e introverso, ha alle spalle un trauma troppo grande, quello del suicidio dell'amico Michael, a cui continua a scrivere lettere per aggiornarlo sulla propria vita. A raccogliere i tormenti di Charlie sarà Bill (Paul Rudd), suo insegnante d'inglese, che comprenderà la passione del ragazzo per la letteratura e la sua grande sensibilità. La vita dell'adolescente si troverà però ad una svolta grazie all’incontro con Patrick (Ezra Miller), più grande di qualche anno, positivo e solare nonostante l’emarginazione vissuta per la sua omosessualità, e la sorella di questo, Sam (Emma Watson), preceduta da una fama di cattiva ragazza.


Tratto dal romanzo del 1999 The Perks of Being a Wallflower, dello stesso Stephen Chbosky, Noi siamo infinito è una pellicola che attira il pubblico a sé come in un grande abbraccio, stringendo con lo spettatore un patto di nostalgia, dato un po’ dalla giovanilistica ambientazione, un po’ dall’empatia immediatamente stabilita con la vicenda del timido protagonista e dei suoi amici. Rappresentazione di tutto ciò che nell’adolescenza è emarginazione, solitudine, ma anche amore, divertimento e amicizia, la storia dell’incontro fra Charlie e il mondo reale – quello quindi che esclude il rapporto epistolare con l’amico suicida e i tanto amati personaggi della letteratura - sfiora sapientemente le corde della malinconia e del sentimento, complice anche una colonna sonora revival, adagiata sulle note degli Smiths e di Bowie. Quello di Noi siamo infinito è un percorso lineare che beneficia, nella sceneggiatura di visibile derivazione letteraria, della coincidenza fra l’occhio del regista e la penna dello scrittore: così come il romanzo si componeva delle lettere del protagonista, anche il film è completamente filtrato attraverso il suo sguardo, in un susseguirsi di controcampi, primi piani e soggettive, e un finale che non potrebbe essere più positivo e liberatorio. Con un atto di fede registica, Chbosky si affida con entusiasmo alle interpretazioni dei suoi giovani attori: Logan Lerman ed Ezra Miller (già apprezzato in E ora parliamo di Kevin) sono i sorprendenti protagonisti di due vicende che iniziano come tormento esistenziale, passando per il disagio giovanile (tra droghe, sesso e solitudine) e che i due attori restituiscono con naturalezza e spontaneità; anche Emma Watson, finalmente libera dai panni di Hermione di Harry Potter, si veste di un personaggio maturo e complicato, e piacevole a rivedersi Paul Rudd nell’inedito ruolo del professore Bill.


Nonostante la direzione non perfetta e a tratti auto compiacente – un prodotto concepito quasi su misura per i festival di cinema indipendente - il Chbosky regista riesce a riservare nel suo film spazio per il racconto di un’amicizia profonda, di una tenera storia d’amore e delle angosce della gioventù, così come l’esperienza giovanile della morte e della più emarginante tristezza, oscillando – anche visivamente, merito della ora pimpante ora opprimente fotografia di Andrew Dunn – tra momenti di spensieratezza e serenità, ed altri di grande buio emotivo.


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