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Piccole donne

26/10/2013 10:00

Martina Calcabrini

Recensione Film,

Piccole donne

Calore, affetto, sicurezza: la famiglia è un luogo sicuro, un nascondiglio dagli orrori del mondo, un nido pascoliano dove trovare rifugio nei momenti difficili

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Calore, affetto, sicurezza: la famiglia è un luogo sicuro, un nascondiglio dagli orrori del mondo, un nido pascoliano dove trovare rifugio nei momenti difficili. Consapevole della forza che il nucleo familiare può infondere nei suoi membri, la regista australiana Gillian Armstrong (Fuga d'inverno) dirige nel 1994 Piccole Donne, un'intensa, malinconica e coinvolgente trasposizione cinematografica dell'omonimo romanzo di Louisa May Alcott.


Concord, Massachusset, 1861. Il signor March, chiamato a prender parte alla guerra di secessione americana, è costretto a separarsi dalla moglie Marmee (Susan Sarandon) e dalle figlie Meg (Trini Alvarado), Jo (Winona Ryder), Beth (Claire Danes) ed Amy (Kristen Dunst). Di temperamento estremamente differente ma unite da un affetto sincero e smisurato, le ragazze entrano in contatto con il giovane Laurie (Christian Bale) di cui diventano grandi amiche. Quando il padre torna dalla guerra, però, ognuna lascia la famiglia per dedicarsi alla propria vita, finchè Beth, di salute cagionevole, muore.


Un'immensa distesa di neve annuncia l'arrivo di un inverno freddo, gelido e pungente, in cui la povertà dell'animo umano trova il suo corrispettivo in una natura spoglia e avida di vita. Il prolungato silenzio viene spezzato dalla vitalità di bambini che, ignari della ristrettezza economica delle proprie famiglie, giocano con le slitte e con bastoncini di legno scambiati per bambole. Grazie ad un uso ponderato del grandangolo, Geoffrey Simpson - il direttore della fotografia - contrappone interni cupi e claustrofobici ad esterni luminosi, variopinti e sconfinati. Solo la famiglia March, incurante dell'aridità circostante, domina entrambi gli spazi inneggiando una vigorosa gentilezza verso i poveri e i bisognosi. Meg, la sorella maggiore, è una ragazza responsabile e giudiziosa; Jo è la più intelligente e vitale, Beth è quella caritatevole mentre Amy, forse a causa della giovane età, è piuttosto superficiale e sbarazzina. In modo diverso, le piccole donne crescono facendosi forza l'una con l'altra, sostenendosi a vicenda e, laddove necessario, sacrificando tutto per proteggere l'altra. Nonostante si rivelino quattro modi differenti - ma complementari - di affrontare la vita, la regista e, di converso, lo spettatore, si ritrova ad identificarsi con Jo, a sposarne gli ideali e a supportarne le piccole battaglie quotidiane. La macchina da presa, infatti, la segue, la conforta nel momento del bisogno e le si avvicina tanto quasi da accarezzarla. Il coraggio di sfidare il (pre)giudizio di una società viziata e bigotta la rende forte e indipendente, innovativa e quasi pericolosa. Piccole Donne si palesa un romanzo di formazione moderno e anticonformista che sprona chiunque a liberarsi da qualsiasi preconcetto per divenire demiurgo incontrastato del proprio destino.



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