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le parti noiose tagliate

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Solaris

09/02/2014 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film, Film Fantascienza, solaris,

Solaris

Rivisitazione deludente del capolavoro di Andrei Tarkovsky

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Lo psicanalista Chris Kelvin (George Clooney) è chiamato sulla stazione spaziale che orbita intorno al pianeta Solaris per indagare su certi strani fenomeni che hanno coinvolto alcuni membri dell’equipaggio. Giunto sulla piattaforma, lo scienziato scopre che la situazione è molto grave: sulla stazione si manifestano infatti visioni, che coinvolgono lo stesso Kelvin con l’apparizione della moglie scomparsa anni prima, dovute ad una misteriosa materia presente sullo stesso Solaris.


Rivisitare il classico è sempre un’operazione coraggiosa per un regista contemporaneo. Si tratta di confrontarsi non solo con l’opera di un altro autore, dettata quindi da altre ragioni poetiche e differenti intenzioni artistiche, ma con un momento diverso di cinema e in qualche caso con un’altra cultura. Il caso di {a href='https://www.silenzioinsala.com/2569/solaris-remake/scheda-film'}Solaris{/a} è particolarmente delicato e complesso. Non solo infatti il film di riferimento in questione è un cult, ma il suo regista, Andrei Tarkovsky, uno dei più tormentati e amati del cinema di tutti i tempi e il riferimento culturale, l’URSS degli anni Settanta, una realtà distante e inafferrabile. Per quanto nella vulgata si parli di fantascienza, è ormai codificato che {a href='https://www.silenzioinsala.com/2570/solaris/scheda-film'}Solaris{/a} (1972) è qualcosa che valica questa definizione, avendo raggiunto un grado di originalità e unicità difficile da esaurire e ovviamente da replicare. Non che questo fosse lo scopo di Steven Soderbergh, ma il regista non rinuncia ad appropriarsi del «più grande film di fantascienza mai girato fuori da Hollywood» con un riadattamento che si propone – su dichiarazione del regista - non come un remake ma piuttosto come una nuova versione cinematografica del romanzo di Stanislaw Lem che ispirò Tarkovsky. Portare sul grande schermo degli anni Duemila la sci-fi immaginata negli anni Sessanta: sembra essere questa la sfida di Soderbergh, che ha come produttore e sostenitore niente meno che James Cameron e un modello tutto americano che fa inevitabilmente a pugni con l’originale: Stanley Kubrick e la sua 2001: Odissea nello spazio.


Per la sua impresa Soderbergh si arma del solito stile audace e di un ottimo attore protagonista, George Clooney. Imprigionato in un guscio di solitudine spaziale, Clooney offre un’interpretazione notevole che, pur dovendo fare i conti con un precedente ingombrante, non sfigura. Il personaggio di Chris Kelvin, abbandonato ai suoi tormenti e alle sue visioni, non mostra falle tanto nell’interpretazione credibile del protagonista - come lui, è lodevole anche il resto del cast, tra cui Natascha McElhone, Viola Davis e Jeremy Davies - quanto nella scrittura stessa, che rievoca senza originalità topoi e schemi già visti della tradizione fantascientifica. L’operazione di ri-messa in scena di {a href='https://www.silenzioinsala.com/2570/solaris/scheda-film'}Solaris{/a} appare poco riuscita non tanto nell’impensabile confronto con l’opera di Tarkovsky, quanto con lo stesso romanzo. Se allo scrittore polacco non piacque sin dall’origine il progetto del regista russo, giudicato troppo estetizzante, si può solo immaginare in che termini Lem si sia espresso su questo remake. Privo infatti dell’impianto scientifico–filosofico che aveva guidato l’originale, Soderbergh fa dell’intera trama un esercizio estetico, elegante e curato, ma noioso. L’idea è forse quella di compiere una fusione fra gli affascinanti contenuti di Lem/Tarkovsky e il gusto per l’immagine bella e simbolica di Kubrick, mentre l’inflessione esageratamente romantica e malinconica, a tratti persino deprimente, è una novità che porta la sola firma di Soderbergh. I tempi lenti, il ritmo eccessivamente cerebrale e la quasi assoluta mancanza di azione e ritmo – una pecca non da poco per un film del genere – dovrebbero riempire i vuoti contenutistici, ma finiscono invece solo per alimentare la sofferenza dello spettatore per un film di fantascienza in cui, in realtà, non succede quasi nulla per oltre novanta minuti.



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