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Beau ha paura (2023), la recensione: l'avventura horror di Joaquin Phoenix e Ari Aster

22/04/2023 21:00

Chiara Maria D'Angelo

Recensione Film, Film Horror, Ari Aster, Joaquin Phoenix, Film USA,

Beau ha paura (2023), la recensione: l'avventura horror di Joaquin Phoenix e Ari Aster

Ari Aster, preso dal fervore narcisistico di mettere in scena qualcosa di unico, ha totalmente deragliato.

“Tutto in perfetta sicurezza” inizia la nuova avventura horror Beau ha paura di Ari Aster. Beau, interpretato da Joacquin Phoenix, è un uomo perseguitato da un senso di inevitabilità e ineluttabilità, il cui destino è predeterminato, non più da forze sovrannaturali (come accadeva per le protagoniste dei precedenti lavori del regista, da Annie Grahm in Hereditary (2018) a Dani in Midsommar (2019), entrambe risucchiate da un culto religioso che condiziona irrimediabilmente i loro destini) ma dalla paura della verità.

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La realtà è piegata e controllata dalle fobie di Beau, la società stessa è deformata dalla rappresentazione a specchio del mostro chiuso in soffitta che il Beau bambino non è mai riuscito ad affrontare.

La poetica di Aster in Beau ha paura è caratterizzata da una forte attenzione ai dettagli e alla costruzione di un mondo narrativo unico. Eppure risulta sproporzionata nell’articolazione della trama che, seppur non perda mai di vista l’evoluzione emotiva dei personaggi e la loro reazione agli eventi, è talmente vulnerabile da scivolare e diventare l’ombra di un susseguirsi di elementi (horror e non) altamente disturbanti.

L’atmosfera inquietante e distopica che apre il film coinvolge e paralizza lo spettatore. 

 

Il disagio alienante che intrappola Beau in un’esistenza di fobie e false scelte cresce vorticosamente nella prima parte del film, dove l’attenzione proiettata sulle azioni del protagonista suggerisce la visione di un horror incentrato su un disturbo d’ansia generalizzato talmente irrazionale da essere a tratti comico. 

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Il carattere immersivo della prima parte sfuma in un batter di ciglia, e sembra procedere nella stessa direzione di Misery non deve morire di Rob Reiner; ma, proprio quando la tensione arriva al suo culmine, si esaurisce in caduta libera risolvendosi in un lunghissimo sproloquio animato che ricorda nella  sua rappresentazione la leggenda dei “doni della morte” nell'omonimo capitolo della celebre saga di Harry Potter.

 

L’uso del racconto animato, che doveva servire da supporto e guida per lo spettatore, immerso in una dimensione disorientante rispetto alle premesse iniziale, sembra solo un’espediente: la tecnica della mise en abîme, infatti, con il suo effetto a incastro, genera una sensazione di meta-riflessività. Così lo spettatore confuso viene allontanato dal tema focale del film e accumula domande che nel corso della narrazione rimarranno senza risposta. 

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Le metafore e il simbolismo, di cui è pregna ogni scena, diventano un elemento di disturbo che si muta in incoerenza narrativa. Infatti, l’horror psicologico viene abbandonato per diventare una dramedy cringe in cui l’epilogo è un agglomerato di briciole sparse che non consento di tracciare un percorso unidirezionale. L’unico frammento che viene trascinato dall’inizio alla fine della proiezione è quello della paura invalidante di agire per non affrontare le conseguenze, causa diretta di un trauma legato alla ricerca della verità, che tuttavia non conduce nè a una catarsi nè a un punto di rottura tale da lasciare gli spettatori a bocca aperta.

 

Lo sbigottimento del pubblico in sala è (solo e unicamente) correlato alla scelta del regista di includere personaggi e situazioni dissonanti che, al di là della loro funzione nella trama, non sembrano avere un senso logico apparente e provocano risate infastidite.

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Ari Aster, nuovo talento tra i registi del genere horror, preso dal fervore narcisistico di mettere in scena qualcosa di unico, questa volta ha totalmente deragliato. 

 

Il film sembra un’esposizione di tecniche registiche e stilistiche che non riescono ad armonizzarsi con una sceneggiatura poco lineare dove il pacing è sbagliato e il climax finale (rispetto al susseguirsi di eventi “esplosivi”) è quasi inesistente.

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A fare apparire impersonale la dialettica di Beau ha paura è anche la smoderata enfasi con cui si presentano richiami a registi e alle loro opere. Come Rosemary's Baby di Roman Polanski per l’uso dell’horror come veicolo per investigare, attraverso metafore e simbolismi, traumi e dinamiche familiari; o The Shining di Stanley Kubrick per il sapiente e iconico uso della musica, la meticolosa attenzione ai dettagli e per la composizione dell’inquadratura per far immergere lo spettatore nel surrealismo; e, ancora A Nightmare in Elm Street di Wes Craven nel distorcere la realtà e proiettare la paura infantile dei mostri nel mondo di un adulto e creare un’atmosfera claustrofobica (e molti altri registi ancora). 

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In conclusione, Beau ha paura è un horror dipendente dalle influenze cinematografiche che si è scontrato con una trama sproporzionata e disorientante. E che, alla fine, si esaurisce in un finale poco convincente, compromettendo l’unicità vincente di Ari Aster.


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Genere: drammatico, grottesco, surreale

Titolo originale: Beau Is Afraid

Paese, anno: USA, 2023

Regia: Ari Aster

Sceneggiatura: Ari Aster

Fotografia: Pawel Pogorzelski

Montaggio: Lucian Johnston

Interpreti: Amy Ryan, Armen Nahapetian, Bill Hader, Denis Menochet, Hayley Squires, Joaquin Phoenix, Julia Antonelli, Julian Richings, Kylie Rogers, Michael Gandolfini, Mike Taylor, Nathan Lane, Parker Posey, Patti LuPone, Richard Kind, Stephen McKinley Henderson, Théodore Pellerin, Zoe Lister-Jones

Colonna sonora: Bobby Krlic

Produzione: A24, Square Peg

Distribuzione: I Wonder Pictures

Durata: 179'

Data di uscita: 27/04/2023

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