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My name is Adil

19/10/2017 11:00

Alessia Bertolino

Recensione Film,

My name is Adil

L'autobiografico film d’esordio del regista Adil Azzab

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Il tredicenne Adil vive in uno sperduto villaggio marocchino assai lontano dal contesto cittadino. Vorrebbe correre sotto il sole e giocare con i suoi coetanei, ma lo zio despota non glielo consente e, anzi, lo relega esclusivamente all’accudimento del suo gregge, unica fonte di sostentamento per l’intera famiglia. Il piccolo Adil sente terribilmente la mancanza del padre, costretto a lasciare moglie e figli per realizzare “il sogno italiano”: trovare un lavoro per offrire ai propri cari un’istruzione e una vita dignitosa. Come tutti i bambini Adil ammira suo padre ed è pronto ad attraversare il mare per raggiungerlo, lo stesso mare che ha preso con sé moltissime vite. Per il giovane pastorello l’Italia è molto più di un ricongiungimento familiare. Adil sa bene che rimanere al villaggio implicherebbe condurre una vita povera fatta di fatica, soprusi e vessazioni da parte dello zio, il quale sarebbe ben pronto a barattare il nipote per due scatolette di tonno. Così il ragazzo parte, con il pieno di speranza e ottimismo. Arrivato a Milano, i primi mesi sono duri: non parla bene la lingua, sopporta la derisione dei compagni a scuola e il weekend lavora sodo al mercato. Ma alla fine ci saranno gli amici, l’integrazione, un lavoro dignitoso, e la passione per il cinema che porterà proprio nel suo lontano villaggio, tanto odiato da bambino, così rincorso da adulto.


My name is Adil è il film d’esordio del regista Adil Azzab: questa è la sua storia, senza fronzoli o abbellimenti. Gli stessi attori volutamente non professionisti ne accentuano il carattere autentico. Bastano i colori e i vapori mattutini delle distese di terra marocchina a rendere il travaglio interiore del tredicenne più gradevole. Di solito per il pubblico è difficile apprezzare lavori così personali, invece in questo caso è facile appassionarsi. Quello del giovane cineasta Azzab è un film sincero ed educativo, uno di quelli che raccontano belle storie. Belle perché vere, vissute e incise sulla pelle di chi le racconta. E questa è una bella storia perché - dopo tanta paura e olio di gomito - il pastorello che detestava il bestiame ha avuto il suo lieto fine.


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