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Funny Games

19/02/2015 11:00

Alessia Bertolino

Recensione Film,

Funny Games

Un sadico duo in abiti bianchi - chiara citazione dei drughi di Arancia Meccanica - si intrufola con un pretesto nella bella casa di una famiglia borghese e sco

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Un sadico duo in abiti bianchi - chiara citazione dei drughi di Arancia Meccanica - si intrufola con un pretesto nella bella casa di una famiglia borghese e scommette con essa che, il mattino seguente, nessuno fra loro sarà ancora vivo. Gli inquietanti Paul (Arno Frisch) e Peter (Frank Giering) costringono l’intera famiglia a partecipare al loro passatempo preferito, un gioco fatto di feroci torture fisiche e mentali.


Non c’è spazio per la sofferenza dei malcapitati, né per il compatimento dello spettatore: si tratta di un gioco e, per questo, non ci si può scomporre di fronte alla brutalità che la macchina da presa vuole mostrare. Figlio di un’attrice e di un regista, Michael Haneke sa giostrarsi con grande maestria su tutte le sfaccettature del contesto cinematografico. Nonostante la sua formazione (una laurea in filosofia e psicologia) lo avvantaggi nella profonda riflessione riguardante l’impatto dello spettacolo sulla psiche umana, il regista non sceglie una ripresa empatica né emotivamente vicina ai personaggi ma, al contrario, opta per lunghe inquadrature anonime, fisse, gelide, disinteressate. Funny games dimostra il potere piacevolmente perturbante del mondo dello spettacolo: il film attraversa il genere horror e lo oltrepassa; racconta la violenza più spietata ma non la mostra del tutto. La dimensione del terrore, che diventa tangibile, è esasperata dall’assenza di una colonna sonora vera e propria. Nulla deve distrarre lo spettatore, nemmeno la musica che sempre proviene da fonti interne all’inquadratura - dall'autoradio, dallo stereo domestico, dalla tv – e mai svolge funzioni di commento, né tantomeno di informazione.


Haneke ricorre a interminabili piani sequenza che esibiscono il cinico meccanismo della violenza, del sadismo, della freddezza d’animo di due giovani spietati che vogliono "soltanto divertirsi". Eppure la trovata geniale sta nella consapevolezza del director di dare al pubblico esattamente ciò che vuole: un insulso prepotente show. Questo è evidente nella assai dibattuta scena del rewind, quella che svela il trucco cinematografico e distrugge l’illusione di continuità narrativa creando una frattura nel fragile legame tra spettatore e film. Lo spettatore prende così coscienza di come tutto sia fiction, inganno. La stessa riflessione, peraltro, è affrontata dai due diabolici protagonisti, che si interrogano su cosa sia realmente la finzione: essa esiste in quanto possiamo vederla o non esiste in quanto pura impalpabile invenzione? Una domanda che fa riflettere il pubblico, che ora si interroga sul proprio ruolo. Indubbiamente degno d’essere visto, Funny games esibisce la violenza in tutte le sue forme, con un andamento sregolato e mai prevedibile.


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