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Metropolis

15/03/2015 11:00

Mattia Caruso

Recensione Film,

Metropolis

Tra i più grandi e colossali film di un cinema e di un'epoca, quella del muto

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Si dice che l'idea di Metropolis venne, folgorante, a Fritz Lang dopo aver visto le strade, le luci abbaglianti e gli edifici imponenti di New York. In quella visione c'era l'emblema stesso di un progresso incalzante tanto favoloso e inarrestabile quanto contraddittorio, potenzialmente devastante, terreno fertile per una parabola morale capace di farsi trionfo visivo senza precedenti. Non sorprende che Metropolis sia, sin dalle intuizioni del suo autore, un futuro che è già presente; una distopia fantascientifica che è specchio distorto ed espressionista di una realtà (s)travolta dalla tecnica, monito profetico e altisonante di mutamenti incontenibili.


Tra i più grandi e colossali film di un cinema e di un'epoca – quella del muto – oramai al tramonto, Metropolis è il maestoso teatro di forze deflagranti in costante lotta tra loro. Soprattutto è un affresco suggestivo, una proiezione distorta che rende concreti i sogni di grandezza e gli incubi di disfatta dell'umanità. In un mondo diviso in due grandi classi – dove i privilegiati godono dei frutti del progresso in giardini dal sapore ultraterreno e gli operai lavorano incessantemente nel sottosuolo, vittime sacrificali di quelle macchine che tengono in vita un mondo intero – Lang mette in scena un'opera morale; un'apologia sulla necessità di umanizzare una tecnica che è spersonalizzazione delle masse e degenerazione schiavista, alla ricerca di una mediazione necessaria che sia vera collaborazione, vero rispetto reciproco. Emblema della potenza creatrice dell'uomo e, insieme, della sua superbia, Metropolis scava – tra scenografie immaginifiche, fantasmagorie religiose, attraverso deliri metafisici – alla ricerca di un senso affettivo che medi i due estremi del suo universo e che si faccia summa di un sentire imprescindibilmente nuovo.


A una vicenda intrisa di un lirismo datato e retorico si accompagna allora una visionarietà figurativa che nella messinscena totalizzante dà vita a un capolavoro fuori dal tempo, a una visione destinata a nutrire per decenni un intero immaginario. Nell'epopea romantica di un giovane eroe sulle cui spalle pesano le sorti di un mondo intero, la fantascienza si fonde con suggestioni bibliche, il progresso si perde nel simbolismo e l'allucinazione diviene la cifra stilistica ed emotiva di un'Apocalisse costantemente alle porte in una resa spettacolare ed evocativa senza precedenti. Sta in questo la vera forza di un'opera dove l'impatto emotivo oscura qualsiasi intento retorico, qualsiasi monito patetico in favore di un sentire che è, prima di tutto, gratificazione rapita dello sguardo, timore referenziale e abbandono assoluto di una mente che vede, proiettati sullo schermo, i suoi più profondi turbamenti e le sue più inquietanti, meravigliose manie di grandezza.



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