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Carnival of Souls

11/12/2018 12:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Carnival of Souls

Un cult horror degli anni '60

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Mary Henry è in macchina con due amiche quando viene sfidata a una sorta di gara automobilistica da un gruppo di ragazzi. La folle corsa si conclude però tragicamente su un ponte, quando la vettura di Mary finisce fuori strada andando a franare nel fiume sottostante. Quando la polizia fa il suo arrivo sembrano non esservi sopravvissuti, ma dopo qualche minuto la figura di Mary si staglia miracolosamente sulla riva. La donna, scampata alla morte, inizia un doloroso percorso di recupero che la porta a trasferirsi in un'altra città, al fine di dimenticare il tragico accaduto, dove trova lavoro come organista della chiesa locale. Inquietanti allucinazioni di una misteriosa figura cominciano però a perseguitarla, trascinandola in un vortice di follia sempre più difficile da affrontare.


Un film sospeso, come la sua protagonista, diventato un cult per gli appassionati dell'horror tanto da ricevere una curatissima edizione Criterion: Carnival of Souls è uscito nei primi anni '60 ma possiede ancora oggi una forza narrativa e visionaria attualissima, capace di scardinare i topoi ambientali e narrativi del genere tramite un'originalità visiva e sonora che lascia affascinati e increduli in più di un'occasione. Dall'asincronismo di alcune sequenze fino ai silenzi totali che sottolineano i momenti di stasi mentale della protagonista e la sua ambigua condizione di mezzo tra la vita e la morte. Il fattore uditivo è implementato nel migliore dei modi, lasciando un profondo e ambiguo senso di spaesamento che trova adeguato responso nella bizzarria delle immagini.


Il Carnevale delle Anime del titolo, infatti, non è solo una metafora ma trova efficace compimento nelle suggestive scene dove un gruppo di figure "morte viventi" si trova a danzare in balli circolari via via sempre più allucinatori e frenetici (con un graduale aumento della velocità realizzato ad hoc) che sottolineano ulteriormente la discesa nel baratro del personaggio di Mary, donna sola e spaventata in un mondo di uomini che non la comprendono e capiscono (lo stesso prologo scatenante può esser visto in un'ottica parzialmente femminista). Ma è anche il gioco di luci e ombre a caratterizzare il viaggio, allucinatorio o reale che sia, dove la Nostra si trova vittima indifesa e restia, come si scoprirà ben presto a ragione, a chiedere aiuto.


Il compianto regista Herk Harvey, di cui questa rimane l'opera più nota di una carriera altrimenti dimenticabile, adatta gli stilemi del filone indie a stelle e strisce allora contemporaneo facendone un'odissea personale e crudele, come ben espletato dal sorprendente, almeno per i tempi, colpo di scena finale. Il misero budget di 33 mila dollari è stato sfruttato puntando tutto sulla pura atmosfera, e gli effetti speciali sono più inventivi ed artigianali della media, cogliendo anche l'ispirazione musicale della colonna sonora organistica che aumenta ulteriormente un mood tragico e melanconico al contempo. Un film che, per i suoi toni e soluzioni, ha influenzato autori futuri come David Lynch e George A. Romero.


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