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Q Ball: il documentario sul basket nel carcere di San Quentin

14/04/2020 17:00

Lorenzo Bagnoli

Recensione Film, Film Documentario, Film Sportivo, basket,

Q Ball: il documentario sul basket nel carcere di San Quentin

Q Ball è un film che parla della vita, dove il basket è la poesia che ne scrive i colpi di scena

Q Ball è un'epopea umana di errori, di inferni, di risalite impossibili, di speranze vane e imprescindibili. Coniuga il racconto patinato da Inside Nba – la Domenica sportiva del basket americano, per fare un indegno paragone, con servizi tutti rallenty e primi piani – con l'epica della letteratura del riscatto, che in America abbonda e dà il suo meglio.

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Il film è ambientato a San Quentin, California, più una fortezza che una prigione, tra spazi immensi e l'oceano che imperversa sulle sue mura esterne. È esattamente il carcere americano così come lo immaginate, con celle minuscole disposte su quattro piani e braccio della morte. 

Nella sinossi leggerete che Q Ball è un documentario del 2019 del regista Michael Tolajian (executive producer di Fox Sports) sui San Quentin Warriors, la squadra di basket del carcere, fratelli minori dei ben più blasonati Warriors di Golden State, che giocano in Nba. Vero, ma parziale. 

 

Q Ball è un film che parla della vita: San Quentin è un universo-mondo che la amplifica all'ennesima potenza, dove il basket è la poesia che ne scrive i colpi di scena. È un libretto d'istruzioni per le sconfitte, cominciando dal campetto.

 

In altri termini, il gioco è il pretesto che fa incrociare i destini di quattro personaggi perdenti ma ostinatamente affamati di vita e successo. Quattro vicende umane devastanti. Raf, il coach, è cresciuto con addosso un'incontrollabile paura del mondo che l'ha spinto a commettere il crimine per cui è rinchiuso: è un mezzo filosofo che predica vita e pallacanestro, l'unico in tutto San Quentin in grado di convincersi di avere una personalità tale da gestire gli allenamenti e le partite di una squadra di galeotti. Black è il serafico grande saggio: un lungagnone dall'età imprecisata, dinoccolato come solo i cestiti sanno essere, con gli occhi acquosi, buoni e profondi, nonostante un quarto di secolo di carcere appioppato per un crimine che non ha davvero commesso. Ant è un dannato, afflitto dal tormento di chi ha sbagliato a sedici anni e non avrà più occasione per rimediare; sente di appartenere al mondo solo nella squadra e con i suoi compagni (non c'è manifesto dell'essere privati della libertà più potente del suo suo sguardo perso dietro due occhiali spessi come fondi di bottiglia). 

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Poi c'è il protagonista del film, un antieroe struggente in tutta la sua formidabile fragilità: Harry aka "il Fenomeno", a detta di ogni avanzo di galera passato dalla California, ha un incommensurabile talento; è il Lebron James di San Quentin, un omone di due metri per 112 chili che gronda leggenda. Pure troppa. Vittima delle sue stesse ambizioni, ha perso il senno dopo delusioni come ne hanno avute tutti. Da lì la sua condanna che, quando lo incontriamo, finalmente sta per volgere al termine. Tanto è tracotante quando gioca o parla dell'avvenire (è un ministro battista con un dialogo aperto con Dio, si sente un “eletto”), quanto trasuda insicurezza quando deve affrontare ciò che è sconosciuto, che sia una squadra ospite o il mondo oltre il carcere. La sua tragedia è la distonia tra io e realtà. Davvero un uomo di 31 anni, con una figlia che non vede da otto e con un'esistenza da ricominciare può ostinarsi a cercare l'Nba e un futuro di gloria?

 

Harry lascia interdetti per ingenuità: a volte fa quasi arrabbiare e altre suscita infinita compassione. Fino al momento in cui deve lasciare San Quentin. Il corridoio antistante l'uscita lo getta nell'angoscia più buia. Quando l'avrà attraversato non sarà più il Fenomeno ma, con ogni probabilità, uno dei tanti che si arrabatta per vivere. E non ha idea da dove cominciare e se riuscirà a non fallire. In Q Ball, come in ogni racconto di sport, le emozioni sono colorate di retorica, ma le vicende giudiziarie colpiscono in faccia senza sconti, con un'onestà intellettuale ammirevole (anche le vittime hanno una voce). Perché il basket gioca a fare la vita, ma è solo una metafora.


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Genere: documentario

Titolo originale: Q Ball

Paese/Anno: USA, 2019

Regia: Michael Tolajian

Sceneggiatura: Michael Tolajian

Fotografia: James Niebuhr

Montaggio: Massimo Fiocchi

Interpreti: Anthony Ammons, Rafael Cuevas, Tevin Fournette, Harry Smith

Colonna sonora: Joel Goodman

Distribuzione: Netflix

Durata: 106'

 

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