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Rocky III

05/04/2008 10:00

Vito Sugameli

Recensione Film, Rocky, Sylvester Stallone, Film Sportivo,

Rocky III

Rocky (Sylvester Stallone) non è più lo stesso uomo sfrontato e determinato di un tempo...

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Rocky (Sylvester Stallone) non è più lo stesso uomo sfrontato e determinato di un tempo. La sua sensibilità affiora con più facilità, subordinando in qualche modo il suo stesso spirito combattivo; come se non bastasse la sua civilizzazione lo rende debole e incapace di agire. Eppure dovrà fare i conti con il violento Clubber Lang (Mr. T) che vuole battersi a tutti i costi. Grazie all'aiuto dell'ex rivale Apollo Creed (Carl Weathers), ora fidato amico, Rocky si prepara ad un altro impegnativo match.


Il terzo capitolo della saga non prova minimamente a svecchiare la diegesi sulla quale Sylvester Stallone ha investito tempo ed energie. Con un montaggio riepilogativo delle "puntate precedenti", si autodefinisce precursore delle odierne serie televisive e confeziona per agli appassionati un banale aggiornamento della sua creatura, neppure troppo riuscito. Rocky III esalta l'epopea metropolitana dello Stallone Italiano basandosi sulla sua evoluzione socio-emotiva e utilizza a suo favore prevedibili escamotage narrative: si passa dal momento di sconforto alla tragedia che mette tutto in discussione, fino alla ritrovata forza di volontà che lo porterà alla vittoria finale. Excursus a tappe ampiamente collaudato che, se da una parte trova la complicità del pubblico di riferimento, dall'altra inquina la freschezza della saga e la rende schiava delle sue stesse limitazioni. In questo terzo capitolo ritorna il cast principale, anche nel dietro le quinte, con Bill Conti responsabile della colonna sonora – un mix di vecchi e nuovi componimenti. Ma il vero anello debole della produzione, figlo degli anni ottanta, è la new entry Clubber Lang, interpretato dall'illustre Mr. T (Bosco Albert "P.E." nella serie Tv A-Team); il confronto tra i due è sbilenco, eccessivamente provocatorio e fine a se stesso. Rocky III diverte ed emoziona senza troppe esaltazioni. Manca, questo è chiaro, del fascino della "prima visione", ma allo stesso tempo aggiunge nuovi e discutibili tasselli al profilo psicologico del personaggio che lo ha reso celebre in tutto il mondo.


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