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Un'estate da giganti

20/10/2012 10:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

Un'estate da giganti

Durante l'estate nella tersa campagna belga nasce l'amicizia tra i fratelli Zak (Zacharie Chasseriaud) e Seth (Martin Nissen) e l'ombroso Dany (Paul Bartel)...

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Durante l'estate nella tersa campagna belga nasce l'amicizia tra i fratelli Zak (Zacharie Chasseriaud) e Seth (Martin Nissen) e l'ombroso Dany (Paul Bartel). Tra avventure pericolose e esperienze di vita, l'incontro fra i tre ragazzi sarà l'occasione per capire qualcosa di più del loro piccolo mondo conosciuto.


Un romanzo di formazione è sempre una parabola che sale, ha un culmine e poi discende. Un'estate da giganti racconta la giovinezza a metà di questa parabola, nel suo momento più eccitante, complicato e intenso. Zak, Seth e Dany si trovano in quel momento della vita in cui non si è bambini e non si è adulti, e a 13 o 15 anni quando tutto dovrebbe essere leggero, le loro vite sono impegnative come quelle degli adulti. Bouli Lanners, già regista di Eldorado Road, dirige un film in cui l'universo giovanile è narrato con una lucidità spiazzante.


La collocazione della vicenda nell'arco di una sola estate implica già in sé un estremo temporale che riduce la vicenda ad un'unità di tempo, la durata di una stagione in cui i protagonisti compiranno un passaggio di vita. Tre ragazzi annoiati, soli e non capiti, che compiono scelte sbagliate e che comunque risultano personaggi più interessanti degli adulti dalle vite piatte che li circondano. Dall'assente madre di Zak e Seth ai vicini di casa cocainomani, l'universo adulto è banale e monotono. Per questa ragione Lanners sceglie di opporre con forza i caratterizzati personaggi dei tre giovani protagonisti - tre prove attoriali realmente valide - a quelli restanti, poco originali e un po' da canovaccio. In Un'estate da giganti sono rappresentate tutte le tre età, ma solo nell'immagine del passaggio tra infanzia e adolescenza lo spettatore rivede qualcosa che gli appartiene.


La raffigurazione che Lanners fa dell'adolescenza e della maturità divergono in assoluto: mentre i piccoli protagonisti giocano a fare i giganti, gli adulti sono grottesche presenze in un mondo che sembra essere fatto per i più giovani. Persino il vizio, l'eccesso, l'incoscienza, sono attività che se vissute con l'entusiasmo della gioventù appaiono vere tappe nella crescita dei protagonisti. A differenziare Un'estate da giganti dal semplice romanzo di formazione c'è il vago senso di incompiuto e di pessimismo che pervade l'intera vicenda. Contro ogni aspettativa, il destino che si prefigura ai tre ragazzi è tutt'altro che luminoso, e in ogni sequenza l'ombra del fallimento e della mediocrità degli adulti pare minacciarne il corso. In quest'ultima opera, anche stavolta di poco budget e di molto contenuto, Lanners si concede qualcosa in più sul piano tecnico e artistico: lo si nota dall'attenzione che riserva alle immagini e al rapporto tra gli attori e lo sfondo, trattati come soggetti in un dipinto. Notevole anche la scelta della fotografia limpida di Jean-Paul de Zaetijd, già collaboratore di Lanner in Eldorado Road.


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