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La parte degli angeli

06/12/2012 11:00

Aurora Tamigio

Recensione Film,

La parte degli angeli

Il giovane Robbie (Paul Brannigan) - sfuggito al carcere dopo l'ennesimo pestaggio – non appena diventato padre decide di cambiare vita e abbandonare il crimine

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Il giovane Robbie (Paul Brannigan) - sfuggito al carcere dopo l'ennesimo pestaggio – non appena diventato padre decide di cambiare vita e abbandonare il crimine per un'esistenza onesta. L'incontro con Rhino (William Ruane), Albert (Gary Maitland) e Mo (Jasmine Riggins), tutti ex galeotti, farà scoprire a Robbie di possedere un talento “prezioso” come degustatore di whisky. Facendo leva su questa speciale abilità i quattro amici decideranno di tentare il colpo della vita: aprire una distilleria di whisky pregiato tra le colline scozzesi e sfruttare la smania dei ricchi collezionisti di accaparrarsi la bottiglia più rara.


Una carriera di successi alle spalle, premi ottenuti in tutti i maggiori festival cinematografici, film che hanno fatto la storia del cinema eppure Ken Loach non smette di lasciare a bocca aperta. La parte degli angeli, ultima nata fra le pellicole del regista britannico, nel 2012 ha già vinto il Premio della Giuria al 65esimo Festival di Cannes e il Gran Premio al Torino Film Festival, quest'ultimo rifiutato in segno di solidarietà verso i lavoratori precari del mondo del cinema. Uno di quei registi che in altri tempi si sarebbero chiamati militanti, oggi è sufficiente etichettarlo come artista di un'altra epoca, un combattente del mestiere.


Lontano dal cinema da due anni, Loach ritorna sul grande schermo con una sfida: girare – da inglese giramondo - una commedia, intrinsecamente scozzese, ambientata a Glasgow. Così come nel 1995 aveva raccontato la guerra civile spagnola in Terra e libertà, nel 2000 gli Stati Uniti della clandestinità con Bread and Roses e nel 2006 l'Irlanda delle grandi guerre con Il vento che accarezza l'erba, stavolta il più premiato dei registi militanti sfida tutti, compreso il meno esterofilo fra i paesi europei. Ma le scommesse non si limitano al plot, che pure è un rischioso affondo ai vicini di casa scozzesi, nella loro stessa terra e con le loro stesse armi – numerose le gag legate alla semplicioneria dei protagonisti, al rito tutto nordico del bere e al fanatismo legato al whisky - ma anche nelle scelte di un cast interamente british che alterna ad attori professionisti come John Henshaw o Roger Allam, un eccezionale esordiente come Paul Brannigan in un'interpretazione fatta di sfaccettature e toni che vanno dal comico al drammatico. Intorno a Branningan, i comprimari hanno il compito di dare vita ad un gruppo di personaggi surreali ed esilaranti, come l'intenso Harry o gli irresistibili Albert e Rhino, punte di diamante di un film che oscilla tra l'heist movie e il caper movie, il film “del colpo grosso”, qualcosa insomma a metà tra Ocean's Eleven e Full Monty, dotato di un potenziale comico senza freni.


Rimettere in discussione il proprio stile, le proprie tematiche e i propri film passati è senza dubbio un'operazione da autore. Ed è esattamente quello che Loach ha fatto con La parte degli angeli, pellicola esilarante e spiazzante, la cui inaspettata ironia sovrasta persino l'immancabile sottotesto di denuncia della condizione del basso ceto, il contesto di violenza in cui i giovani maturano e i limiti della rieducazione. C'è ovviamente il Loach dei film “politici” e c'è un nuovo sguardo, molto più interessato all'aspetto sociologico che alla riflessione storica o morale. Ma stavolta l'eccezionalità del film di Loach sta sorprendentemente nella capacità - con l'immancabile aiuto di Paul Laverty, compagno di sceneggiatura da oltre 15 anni – di ritagliare dal turbine dell'attualità una piccola storia inverosimile, una favola positiva e divertente che riscalda come il whisky che ne costituisce il soggetto.



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