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Waterworld

26/03/2010 11:00

Marco Papaleo

Recensione Film,

Waterworld

Nel 1995, Kevin Kostner veniva da una lunga scia di successi inanellati negli anni precedenti: successi di critica e botteghino, come Balla coi lupi e Robin Hoo

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Nel 1995, Kevin Kostner veniva da una lunga scia di successi inanellati negli anni precedenti: successi di critica e botteghino, come Balla coi lupi e Robin Hood, principe dei ladri. Proprio insieme al regista di quest'ultimo, Kevin Reynolds, l'attore/regista decide di imbarcarsi in un progetto ambizioso: un film di fantascienza ad alto budget ambientato in un mondo oramai sommerso dagli oceani. Il film in questione si intitolerà Waterworld, e farà molto parlare di sé negli anni a venire.


Un antieroe senza nome (Kevin Kostner) solca mari sconfinati a bordo di un trimarano: la sua destinazione è sconosciuta, ma la sua determinazione a sopravvivere è senza pari. Lo accompagnano solo la sua destrezza e un piccolo tesoro di oggetti recuperati dai fondali marini, vestigia dell'antica civiltà che popolava la terra prima che lo scioglimento dei Poli provocasse un cataclisma tale da cancellarla.


A distanza di secoli, l'umanità non si è ancora ripresa, e vive in forme primitive di civiltà sopra ad atolli artificiali. Sopra uno di questi, il misterioso marinaio incontrerà una donna, Helen (Jeanne Tripplehorn), e una bambina, Enola (Tina Majorino), che cambieranno il suo destino, e lo porteranno alla ricerca della leggendaria Dryland.


Sulla carta, il progetto Waterworld suonava grandioso e pieno di aspettative clamorose: un buon cast, location suggestive, una tematica ambientalista di grido e un ampio budget per curare atmosfera ed effetti speciali. Ma, le riprese assai lunghe e laboriose per natura intrinseca del progetto, sono state funestate da una serie di problemi e incidenti che hanno inciso in maniera gigantesca sul budget: il film arriverà a costare, invece dei cento milioni di dollari preventivati, qualcosa come 175 milioni (dell'epoca!) divenendo il film più costoso della storia fino all'avvento del Titanic di Cameron. Tutto questo sforzo produttivo, però, non riuscì a ricreare un mondo post-olocausto convincente e coerente, un vero “erede spirituale” del Mad Max del quale Waterworld è una sorta di ribaltamento. Colpa, in primis, di una sceneggiatura che fatica a restare a galla (perdonateci la battuta!), piena di buchi narrativi, incoerenze logiche e scientifiche, e di una generale aria di sciatteria che fa chiedere al pubblico dove e come siano stati spesi così tanti soldi. È un peccato, perché alcune idee sono buone, ma purtroppo non sviluppate altrettanto bene, e gli attori se la cavano generalmente bene, nonostante i personaggi in sé non siano niente di particolarmente interessante o amabile (e lo stesso personaggio di Kostner risulta a più riprese poco coinvolgente).


Allo sconforto nei confronti di questo film contribuisce lo score di James Newton Howard, che non rientra certo tra le migliori prove del compositore, e il molto poco incisivo montaggio di Peter Boyle. Proprio a proposito di quest'ultimo, non si capisce come il montaggio cinematografico, della durata di più di due ore, lasci fuori scene importanti per la comprensione della trama (recuperate successivamente nella versione estesa) mentre mantenga alcune sequenze assolutamente trascurabili. E allora, Waterworld rappresenta un “buco nell'acqua” nella carriera dell'attore statunitense? Non proprio: l'epopea di questo novello Ulisse porta con sé un fascino particolare che merita la visione, alla scoperta di un modo di fare cinema per cui basta poco a fare la differenza fra capolavoro e mezzo flop.


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