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Hardware - Metallo letale

18/09/2014 10:00

Maurizio Encari

Recensione Film,

Hardware - Metallo letale

Una spoglia terra desertica fa da suggestivo sfondo a uno dei film cyberpunk più sottovalutati del periodo, diventato comunque un piccolo grande cult degli anni

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Una spoglia terra desertica fa da suggestivo sfondo a uno dei film cyberpunk più sottovalutati del periodo, diventato comunque un piccolo grande cult degli anni '90: Hardware - Metallo letale. Diretto proprio allo scoccare del decennio dal regista di origini sudafricane Richard Stanley, la cui futura carriera avrà purtroppo molti sviluppi tormentati, il film si ispira a una storia breve - sviluppata sotto forma di fumetto - pubblicata sulla rivista 2000 AD. Il ruolo di protagonisti è affidato a Dylan McDermott (American Horror Story) e alla bella Stacey Travis (Traffic); la pellicola può inoltre vantare cammei illustri di leggende del rock: Lemmy dei Motorhead, Iggy Pop e Carl McCoy dei Fields of Nephilim.


In un prossimo futuro la Terra è flagellata dalle radiazioni, e la povertà costringe la popolazione a vivere in stati degradanti. Un vagabondo nomade rinviene nel deserto i resti di un cyborg e li vende in città al soldato Moses, che ha intenzione di regalarlo alla sua ragazza Jill, aspirante scultrice. Ma ben presto Moses scopre che il corpo metallico appartiene a una nuova speciale razza di cyborg con la capacità di autorigenerarsi. La macchina, risvegliatasi ben presto dal suo apparente letargo, assale di notte la fidanzata dell'uomo, ora pronto a tutto pur di salvarla e porre fine alla minaccia.


Claustrofobico e ansiogeno, con vaghi rimandi a classici come Alien e Terminator, Hardware - Metallo letale è ambientato per buona parte del minutaggio nelle quattro mura dell'appartamento di Jill senza però impedire al regista una certa varietà di idee. Dopo la mezzora iniziale infatti, nella quale ci vengono offerti suggestivi scorci di questo mondo alla deriva (azzeccata la scelta della Namibia come luogo delle riprese), le atmosfere si fanno più tese e brutali, sfruttando al massimo i colori cupi dell'efficace fotografia e inserendo nella trama digressioni post-filosofiche cyberpunk, con suggestioni visive a caratterizzare la serrata e cruda narrazione. Nonostante il limitato budget gli effetti speciali risultano estremamente convincenti e, grazie ad intuitivi trucchi artigianali, la resa del cyborg impazzito - realizzato in animatronics - è inquietante quanto basta per concedersi qualche divagazione in una violenza splatter che viaggia tra il comico e il drammatico, come nella toccante scena madre finale. Uno slasher da camera pregno di una particolare e morbosa forza magnetica, sempre in bilico tra straniante ironia e una atmosfera decadente e ipnotica che non lascia scampo per tutti gli intensi novanta minuti di visione. Il cast è efficace (il personaggio interpretato da McDermott ha astratti echi di un certo cinema noir) e la colonna sonora, curata da Simon Boswell, è il perfetto accompagnamento per questa storia dark che ha segnato un certo tipo di immaginario.



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