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Diamanti grezzi

04/03/2020 11:00

Marcello Perucca

Recensione Film,

Diamanti grezzi

Un film che trae la sua forza in un ritmo schizofrenico e dirompente

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Diamanti grezzi, dei fratelli statunitensi Benny Safdie e Josh Safdie, è un film del 2019 disponibile sulla piattaforma Netflix che trova nella nevrosi spinta del suo protagonista una delle componenti trainanti di tutta la vicenda. Dopo un prologo ambientato nelle miniere di diamanti dell’Etiopia, in cui vediamo due minatori estrarre un opale nero allo stato grezzo allo scopo di contrabbandarlo, la scena si trasferisce a New York. Qui vive Howard Ratner, un gioielliere ebreo assediato dai creditori, che riceve la pietra preziosa proveniente dall’Africa. Intenzionato a metterla all’asta al fine di ottenere la cifra che gli consentirebbe di saldare il debito di 100 mila dollari contratto con il cognato Arno, Howard deve fare i conti con tutta una serie di situazioni che ne ostacolano il progetto. Infatti, qualche giorno prima dell’asta, si lascia persuadere a prestare l’opale a Kevin Garnett (il campione dell’NBA recita qui nella parte di se stesso), il quale si convince che la pietra sprigioni una forza mistica tale da portarlo a giocare ai massimi livelli. Howard faticherà a riottenere l’opale e, di conseguenza , ad avere i soldi, e verrà coinvolto in una serie di avvenimenti che gli condizioneranno la vita e i rapporti interpersonali.


Il film dei fratelli Safdie, qui al loro secondo lungometraggio, trae la sua forza in un ritmo schizofrenico e dirompente. La sceneggiatura, scritta dai due autori unitamente a Ronald Bronstein, ci catapulta in maniera violenta e asfissiante nella vita estremamente caotica del protagonista (interpretato da un grande Adam Sandler). I dialoghi serrati fra Howard e i molti personaggi che affollano la sua quotidianità, i suoi insistenti e scombinati dialoghi telefonici, un uso frenetico della macchina da presa - che gli si incolla addosso senza mai abbandonarlo -riescono a comunicare allo spettatore un senso di ansia claustrofobica, di nevrosi esasperata che si impossessa di Howard nella spasmodica ricerca di denaro. Mano a mano che il film procede, assistiamo a una progressiva corsa verso l’autodistruzione del gioielliere. Un uomo boccheggiante di fronte all’incapacità di dare una svolta al proprio modo di vivere, sia per quanto riguarda il lavoro - da sempre dedito a traffici poco chiari - sia nella vita privata con una moglie che lo detesta, tre figli con cui intrattiene un rapporto superficiale e una relazione con la sua segretaria Julia (Julia Fox) alla quale paga un lussuoso appartamento e promette, senza in realtà essere in grado di mantenere, di divorziare dalla moglie.


Diamanti grezzi è un film di assoluto valore che non disdegna il messaggio di denuncia nei confronti di uno sfruttamento criminale degli uomini e delle risorse naturali del continente africano da parte di un Occidente che fagocita e stritola le persone, soprattutto quelle alla deriva come Howard. E il finale, così amaro e beffardo, sembra mostrare il riscatto dell’uomo nei confronti di un mondo che lo aveva trasformato in una sorta di burattino impazzito. Rivincita che il protagonista si prende anche verso noi spettatori che, per tutta la durata del film, storditi dal ritmo frenetico e schizofrenico della pellicola, ne avevamo condannato l’opportunismo e la mediocrità.



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