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Death race

05/11/2008 12:00

Luca Provenzano

Recensione Film, jason, death-race,

Death race

C’era una volta, nel lontano 1975, Anno 2000 - La corsa della morte...

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C’era una volta, nel lontano 1975, Anno 2000 - La corsa della morte. A metà tra un episodio di Wacky Races e una partitina a Carmageddon, la pellicola diretta da Paul Barter era un bizzarro quanto riuscito episodio di sfrontata satira politica e sociale, nel quale veniva dipinta un’America governata con pugno di ferro da un ottuso dittatore e il cui sport nazionale consisteva in queste folli gare dove per far punti i piloti dovevano asfaltare con i loro bolidi il più gran numero possibile di avversari e pedoni, con bambini ed anziani a conferire ulteriori bonus (mega jackpot per le donne incinte). Humor nero, improbabili ribelli anti-governativi, insensati risvolti romantici e un Sylvester Stallone nei panni del pacchianissmo e rozzissimo Joe “Machine Gun” Viterbo. Questo era il gioiellino trash di Paul Barter.


Oggi invece, che gli anni 2000 son arrivati eccome e i remake sembrano spuntare copiosi quanto i capelli sulla testa del nostro premier, Paul W. S. Anderson ha pensato bene di riprendere in mano il materiale originale, epurarlo di un qualsiasi valore e messaggio potesse essere in esso contenuto e trasformarlo in un film alla Anderson, ovvero una pellicola nella quale ad esplosioni, scazzottate e sbudellamenti seguono ovviamente altre esplosioni, scazzottate e sbudellamenti. Così ecco Frankenstein reincarnarsi nel monolitico e imperturbabile mascellone di Jason Statham (The Transporter, The Bank Job), qui nei panni di un ex-pilota ex-operario incriminato e incarcerato per aver ucciso la propria moglie e costretto a gareggiare nella Death Race sotto promessa da parte della direttrice del carcere (una glaciale Joan Allen) di farlo uscire nel caso di vittoria. Eccoci quindi a bordo di mostruosi bolidi armati di mitra, scudi e altre diavolerie azionabili passando su particolari pedane (esattamente come in Wipeout o videogiochi simili) mentre un messicano finisce in tanti coriandoli e uno spietato killer ucraino si dimostra antipatico proprio come ci era parso nelle prime battute e colossali esplosioni e fragorosi incidenti sono intramezzati dalle immancabili battutine del caso.


Il cocktail insomma è sempre quello tanto amato da Anderson e riconducibile a tre basici elementi, ovvero azione, violenza e un’infornata di belle figliuole (tra le quali spicca la destabilizzante Natalie Martinez). L’unica differenza rispetto alle sue precedenti opere però e che, incredibilmente, qui il tutto funziona piuttosto. Perché nonostante la trama risibile e dei personaggi paragonabili a caricature di altre caricature rifacentesi a stereotipi ormai giurassici, Death race ha dalla sua una brutalità visiva assolutamente appagante e un ritmo in grado di mantenere alti i giri del motore per tutta la durata della pellicola, risultando a conto fatti in un action movie tanto rozzo quanto godibile. Promosso.


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