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Collateral

25/06/2015 11:00

Mattia Caruso

Recensione Film,

Collateral

Chi altro se non Michael Mann poteva tramutare un thriller tradizionale dalla sana e robusta sceneggiatura - tra dosati colpi di scena e un ritmo secco e implac

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Chi altro se non Michael Mann poteva tramutare un thriller tradizionale dalla sana e robusta sceneggiatura - tra dosati colpi di scena e un ritmo secco e implacabile - in qualcosa di irrimediabilmente differente, personale, profondamente esistenziale. Una solida prova di gran mestiere da parte del maestro indiscusso dell'action d'autore, Collateral è molto più dell'ennesima conferma di un talento registico fuori dal comune. Al di là del convenzionale incontro/scontro tra due individui agli antipodi nella tradizionale lotta tra bene e male, c'è l'essenza stessa di un cinema dove il genere diviene veicolo per qualcosa d'altro di più sincero, di più autentico, di più umano.


Attraverso le strade di una Los Angeles da fine del mondo - fredda, indifferente, enorme - si giocano, in una notte, i destini di due uomini e dell'intero mondo di affetti, morte e desolazione che li circonda. Max (Jamie Foxx) è un mite tassista che da dodici anni sogna di mettersi in proprio e nel tempo libero contempla l'immagine di un'isola tropicale sperando, prima o poi, di cominciare a vivere veramente; Vincent (Tom Cruise) è il suo cliente/sequestratore: freddo, cinico e calcolatore killer di professione, dalla paradossale e incrollabile etica del lavoro.


Mann mette in scena una parabola sulla degenerazione della società moderna, sulla morte dei rapporti umani, sull'indifferenza omicida dell'uomo medio. Con la forza di un cinema etico, capace sempre di parlare al cuore prima che alla testa, scandaglia universi di solitudine alla ricerca di una flebile ma tenace speranza, di quella scintilla capace di tramutare la vittima in un eroe romantico alla strenua ricerca e difesa del poco amore che ancora si ostina a sopravvivere nel mondo. Il grigio e implacabile Vincent diviene allora la proiezione glaciale e degenerata di una civiltà cannibale, la sua oscura coscienza cui si contrappone Max - il classico eroe manniano - riluttante del suo arduo compito ma deciso a portarlo a termine a ogni costo, una volta capito in quale direzione correre. Una regia che scandaglia dubbi ed emozioni dei protagonisti, stringendosi in primissimi piani, mentre fuori - fuori da un taxi divenuto microcosmo, campo di battaglia per uno scontro dialettico dove si decidono vite e morti - la notte emana tutta la sua sconfortante potenza in un iperrealismo digitale carico di dolente poesia. Mann compone un poliziesco sui generis che non dimentica lo spettacolo ma che ha il cuore pulsante del dramma esistenziale, della più tragica delle commedie umane.



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