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Alice

24/06/2010 10:00

Lorenzo Costantini

Recensione Film,

Alice

Oreste Crisostomi è alla sua prima prova cinematografica e tenta di far valere i propri studi per affrontare la sua prima sfida con il pubblico nazionale...

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Oreste Crisostomi è alla sua prima prova cinematografica e tenta di far valere i propri studi per affrontare la sua prima sfida con il pubblico nazionale. Ne esce Alice, un film dalle mille intenzioni e dai pochi risvolti. Alice (Camilla Ferranti) è una ragazza di Terni che vive in famiglia e tutti i giorni va a lavorare in ufficio per poi tornare a casa dai suoi. Apparentemente una vita monotona, sebbene nella sua testa i pensieri si muovano con maggiore intensità delle sue azioni. Ella infatti è una sognatrice e nel suo mondo immaginario spera che i genitori siano meno ossessivi e semplicemente felici della loro vita, che Luca (Giulio Pampiglione), suo collega, si accorga finalmente di lei, che le sorelle raggiungano i loro obiettivi e che la vita si realizzi come lei la vorrebbe descrivere nel suo block-notes. In effetti, qualcosa accade che potrebbe emozionare la ragazza, ed è un appuntamento promosso da Luca per una cena nel fine settimana. Il rendez-vous sarà confermato ma si rivelerà un appuntamento tra colleghi e condurrà la delusa sognatrice verso altre direzioni.


In verità, Alice è la protagonista del film sebbene lei non agisca mai di sua iniziativa ma si faccia trasportare dai comprimari come se fosse una zattera in un mare in burrasca. Così la ragazza prima di andare a lavoro va a trovare ogni mattina la fioraia Bianca (Catherine Spaak) a cui porgere i mille dubbi della giornata e trovare in lei una risposta filosofica sempre pronta; per l’appuntamento con Luca chiede consiglio prima alla madre (Fioretta Mari) e poi all’amico gay Sandro (Massimiliano Varrese) che la spoglia di tutte le sue vesti da protagonista delle fiabe e la ricompone come se fosse una modella di vanity fair. Infine, i familiari: oppressivi, maniaci, nervosi, esigenti ma anche l’unica àncora grazie alla quale fermarsi a riflettere su quello che non va.


Oreste Crisostomi dirige la pellicola come se fosse una favola favorendo il dolce viso di Alice alle scene più ampie e impreziosendolo con una colonna sonora molto presente. Non sempre, però, musica ed immagine vanno di pari passo perché non sempre il registro fiabesco è ben impresso sulla pellicola in maniera continuativa. Mentre il personaggio di Alice risulta troppo impegnata dall'attività onirica, a muovere le scene sono soprattutto i comprimari. Buone le prove di Massimiliano Varrese nei panni dell’amico gay che dona un po’ di pepe ad una pellicola fino a quel momento troppo statica, e Antonio Ianniello che interpreta Carlo, un collega perdutamente innamorato di Alice, e che dà al personaggio i connotati dell’impacciato con nevrosi e timidezze talvolta divertenti. D'altra parte Catherine Spaak cerca, invano, di salvare un personaggio troppo stereotipato ed inverosimile che assume i contorni della coscienza di Alice, ma che nell'imprimere una profondità ai consigli che dispensa alla giovane protagonista, risulta artificiosa e dissonante.


Crisostomi è autore del soggetto, sceneggiatura e della regia ed in tutti e tre i campi commette degli errori dovuti alla propria inesperienza ed al fatto che si è voluto spingere troppo in alto creando un film commedia – filosofico – fiabesco. Un genere inesistente che unisce tre caratteristiche comuni soltanto ai capolavori dei grandi del cinema. Maestri che Crisostomi fa vedere di conoscere bene con alcune citazioni e immagini visionarie (il sogno è un richiamo a Fellini) e surreali, ma che proprio in alcuni sfoggi stonano troppo con la traccia portante del film.


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